L’infertilità è invisibile agli occhi.

In questa foto vediamo una donna e un uomo che sorridono; forse ridono.

Sono seduti al tavolo di un ristorante o di un’enoteca, a giudicare dalla parete di bottiglie alle loro spalle.

Dalla prospettiva dell’inquadratura si direbbe un selfie. I due sembrano a loro agio. Sembrano felici, o, almeno, per quanto ci è dato sapere, sembrano esserlo in quel momento.

Lavorando un po’ di fantasia è semplice immaginarli finire quella cena condividendo un dolce, far finta di bisticciare per l’ultimo boccone, passeggiare sotto braccio, dirsi cose leggere e calde di vino, fino ad arrivare a casa o, che so io, in albergo. 

Probabilmente si baceranno e faranno l’amore.

Ma si sa, la realtà supera di gran lunga l’immaginazione, e quello che non possiamo vedere dalla fotografia è che solo l’uomo sta bevendo un calice di vino. Sul tavolo non c’è nessuna bottiglia da condividere. La donna non ha ordinato molto da mangiare, ha la pancia gonfia e un pensiero fisso che cerca di scacciare via con quel sorriso che si impone, per non lasciarsi sopraffare. L’uomo la asseconda e il suo sorriso è ancora più grande, deve accogliere e sostenere quello della sua compagna.

Quello che la fotografia non ci mostra è un passeggiata piuttosto silenziosa verso la camera del solito B&B; è l’uomo che si metterà nel netto ad aspettare che in bagno la donna si faccia una doccia, perfezioni la depilazione integrale delle parti intime, si faccia una profonda lavanda vaginale, un simpatico clistere e che tiri lo sciacquone sopra quella cena, sopra quel vino che non ha bevuto, sopra quel pensiero fisso. La donna si sdraierà accanto all’uomo e si abbracceranno. Dormiranno poco. Non faranno sesso.

La mattina presto l’uomo e la donna entreranno in clinica e lì l’uomo avrà finalmente il suo orgasmo, in un bagno asettico, stando ben attento a eiaculare dentro a un contenitore sterile.

La donna nel frattempo verrà sedata e portata in sala operatoria dove le verranno prelevati tutti gli ovociti che sarà riuscita a produrre in quel ciclo di pma (procreazione medicalmente assistita ).

Tutto quello che non possiamo vedere in quella fotografia è tremendamente invisibile.

L’infertilità è invisibile.

Nessuno che non ne sia interessato vuole sentire delle storie come questa, delle notti senza sonno, delle sofferenze di corpi e teste.

L’infertilità è invisibile, non si può immaginare quanto possa essere devastante per quelle donne e quegli uomini che, come quelli della fotografia, cercano di restare aggrappati a un sorriso.

Un problema invisibile, un iceberg che vede solo chi ci resta incagliato. 

L’infertilità è invisibile e quindi è facile non parlarne. 

La disciplina che regolamenta la pma è demandata alle singole regioni.

E così succede che nella mia regione le coppie possano accedere con il servizio sanitario nazionale a soli tre tentativi di pma fino ai 43 anni di età compiuti, mentre altre regioni hanno tentativi illimitati fino, invece, ai 46 anni. Tutto quello che vuoi tentare terminata la concessione del ssn te lo devi pagare euro su euro, e, messi insieme, sono tanti, a volte troppi questi euro. Succede che i fondi di alcuni centri finiscano e vengano interrotte e posticipate le procedure di fecondazione. Succede che alcune regioni impediscano ai residenti di accedere alla pma in cliniche fuori regione, cliniche spesso migliori e senza liste di attesa. Succede che se devi accedere a procedure che comportino la donazione di gameti in tempi ragionevoli, se sei single o una coppia non etero, tu debba proprio espatriare.

Succede che diritti diventino privilegi ma l’infertilità, dicevamo, è invisibile, e allora è  più semplice non parlarne.

Persino chi la vive preferisce non parlarne, sì, perché l’infertilità ti fa sentire malato, sbagliato, rotto, inadeguato, sfigato, eternamente triste e piagnucoloso, fastidioso perfino da frequentare, qualcuno da compatire.
E quando la stai vivendo la tua vita è fin troppo incasinata per pensare di sollevare un polverone politico circa le troppe differenze di trattamenti sanitari.

Però bisogna farsi sentire perché avere uguali condizioni per chi desidera avere un figlio è un tema politico che va affrontato a voce alta e ben udibile.

Facciamoci sentire. E vedere.

#propostadileggeregionale #infertilità #pma #mammapma #donnapma 

Obsesión

Vivi anni, tanti che ormai hai perso il conto, cercando una gravidanza. Il pensiero che potresti non sapere mai come sia la faccia di tuo figlio, ti martella in testa come il ritornello di una hit estiva. Latino americana.

No, no es amor

Lo que tú sientes se llama obsesión

Una ilusión en tu pensamiento

Que te hace hacer cosas

Así funciona el corazón

Le tue giornate hanno tutte lo stesso gusto un po’ amaro di cose perdute. Tu e la tua diagnosi di infertilità (o, peggio, tu e la tua situazione “sine causa”) convivete da così tanto tempo che ormai vi sostenete a vicenda.

Lei ti tiene sempre in tirella. Se ti vuoi riposare e fermare un attimo a riprendere fiato la tua infertilità, il tuo problema, la tua croce, ti fa toc toc sulla spalla. Hei, ti sussurra, forza che devi ancora fare quel duecentosessantesimo tampone! Forza! Che abbiamo la decima isteroscopia eh! Se la facciamo ci regalano in omaggio un mese di lavaggi endometriali! Altro che week end alle terme! Vuoi mettere?

Insomma dopo aver affrontato incalcolabili, tanto numericamente quanto economicamente, esami, terapie, stimolazioni, pick up e transfer, e ancora e ancora, in una spirale senza capo né coda, tu sei diventata quella cosa lì.

Tu sei il tuo problema. Lo sei per te e lo sei anche un po’ per gli altri.

Tu vivi in funzione della tua infertilità.

Lei non ti da niente e tu le dai tutto.

Le dai i tuoi anni, quelli belli, quelli in cui dovresti goderti al massimo la vita di coppia perché siete ancora dei giovanotti, o meglio, lo eravate quando tutto questo è iniziato. Adesso siete vicini alla mezza età e siete stanchi, così stanchi da non riuscire a ricordare nemmeno come si faceva a essere felici, felici davvero.

Le dai il tuo tempo, ipotechi quello lavorativo e pure quello libero. Cerchi continuamente di capire cosa ti conviene fare sul lavoro per riuscire a sottoporti all’ennesima visita a duecento chilometri da casa, se prendere malattia, permesso, ferie, sasso, carta, forbice! Pure le ferie le devi incastrare nei tempi giusti, tra una stimolazione ormonale e un prelievo ovocitario. Ma ste benedette punture me le faranno imbarcare nel bagaglio a mano? Ma devono stare in frigo? E come facciamo a partire? Non partiamo, dai, sarà per un’altra volta.

Le dai tutti i tuoi sogni. Sì, perché di sogno te ne è rimasto uno solo e tutto quel che fai lo fai in funzione di quell’unico sogno. Hai smesso di bere, di fumare, di mangiare junk food, di divertirti sul serio.

Le tue endorfine sono al minimo storico e quel sogno inizia pure a starti un poco antipatico.

Tu sei diventata tutta infertile, per quanto ti sforzi di continuare a vivere quel pensiero e ti illuda pure di riuscirci alla grande, in realtà quel ritornello fisso in testa ti limita in ogni passo tu voglia fare.

No, no es amor

Lo que tú sientes se llama obsesión

Una ilusión en tu pensamiento

Que te hace hacer cosas

Así funciona el corazón

Ogni decisione ruota intorno alla procreazione. Anche un cazzo week end fuori porta va organizzato come una missione della NASA. Potrebbe coincidere con l’arrivo del ciclo che implica l’inizio della stimolazione o con il post transfer e allora sarà il caso di svagarsi o mi faranno male? O con checcazzo scegliete voi che ce n’è a bizzeffe di ragioni validissime per rovinarci anche questo viaggino.

Il fatto, care compagne di sventura, è che questa infertilità di pancia e di cuore, che ormai ci ha caratterizzato per anni, se ne resta lì anche dopo che il sogno si è avverato.

Hai il tuo bimbo e, all’improvviso, tutto quel gran da fare che avevi a incastrare e organizzare e metterti continuamente alla prova, pouff, svanisce.

E tu vacilli perché non sai più tanto chi sei. Tu, ormai, eri quella cosa lì. Lo sei stata per anni. E adesso ti devi ritrovare.

E farlo con un esserino che dipende in tutto da te può non essere proprio facile.

L’infertilità è un’erbaccia infestante e inestirpabile nel prato verde della nostra vita.

No, no es amor

Lo que tú sientes se llama obsesión

Una…

E Mò basta però eh!

Ma ‘ste creature non si dovevano trovare sotto ai cavoli? Mannaggia a loro, mannaggia.

Il giorno della marmotta.

Sono giorni di incertezza profonda per tutti, finirà mai? quando ne usciremo? ritorneremo alla normalità? e la normalità normale era normale o vivevamo male e nemmeno ce ne rendevamo conto? Estetisti e parucchieri a ‘sto giro li lasciate stare, vero?

Per una donna che sta cercando di avere un figlio tutti questi interrogativi diventano incubi. Incubi veri, di quelli che fanno paura da tapparsi gli occhi, sono tanti Freddy Krueger che ti rubano i sonni tranquilli.

Quando hai una diagnosi di infertilità o ne stai cercando i motivi o sei già entrata nel vorticoso mondo della PMA, la tua mente inizia a fissarsi delle mete, incessantemente. L’obiettivo da raggiungere è laggiù e noi dobbiamo fare tutto nel minor tempo possibile. Dobbiamo fare le visite con in medici giusti, i migliori in materia, e non è detto che siano nella nostra regione, dobbiamo fare esami, tanti esami, tantissimi esami. Dobbiamo organizzare le stimolazioni o i criotransfer. Dobbiamo fare.

Credo che questa corsa incessante che vista da fuori può sembrare frenesia, sia necessaria per compensare la situazione di staticità in cui pensiamo di trovarci.

Quando non riesci ad avere un figlio ti sembra di essere bloccata in un loop temporale. Tipo il giorno della marmotta, avete presente quel delizioso film con Bill Murray e Andy Mac Dowell (impropriamente tradotto “Ricomincio da capo”) in cui il protagonista continua a rivivere la stessa giornata? Ecco, ci sembra di vivere un eterno 2 febbraio, sempre uguale, stessa colonna sonora, stessi dialoghi, stesso clima, stesso tutto.

Ti guardi intorno e mentre tu sei lì che ti sottoponi alla quarta isteroscopia, le tue amiche e le tue colleghe e tutte le tue parenti fino al decimo grado sono già al secondo o terzo figlio. La loro vita cambia, si plasma continuamente. La tua no. È sempre il 2 febbraio. Ti mandano i messaggetti con le foto della loro progenie e tu sfogli la collezione delle fotografie della tua cavità uterina, (Ah! L’endometrite è sparita, guarda che bellezza, tutto rosa, niente puntini rossi! Bassado santo subito!) e ti senti così fuori dalla vita normale, così aliena. Così sola.

Tra di noi, nei gruppi social sull’infertilità, ci raccomandiamo sempre di coltivare interessi, di dedicarci al lavoro e di custodire la nostra vita di coppia e di nutrirla di cose belle, perchè senza basi solide questa ricerca ti può spezzare gambe e fiato. Sappiamo benissimo quello che dobbiamo fare e come farlo. Ma la sensazione di vivere in sospensione non ti abbandona mai.

Se gli ospedali non faranno di nuovo esami, se i centri PMA dovranno destinare i posti letto ai malati di Covid-19, tutto si bloccherà di nuovo, come è stato da marzo a maggio e passeranno altri mesi in cui le nostre speranze e aspettative verranno messe a tacere.

E anche confessare di essere in ansia per questa incertezza ci fa stare male ci fa sentire egoiste e sciocche, ci sembra inadeguata questa nostra paura rispetto a chi rischia di perdere la propria attività, o, peggio, rispetto a chi a perso i propri cari. Abbiamo sempre il dubbio che la nostra determinazione venga scambiata per un capriccio, un’ossessione, una fissa un po’ da matte.

Eppure è giusto parlare anche di questo, le paure, se non confessate, diventano fantasmi dei quali liberarsi è via via più difficile. Parliamone tra di noi, confidiamoci, e ridimensioniamoci quando vediamo che stiamo sbroccando. Tra di noi possiamo farlo, possiamo parlarci occhi negli occhi perchè noi lo sappiamo che non siamo delle isteriche insoddisfatte.

Siamo solo delle mamme che vogliono raggiungere i loro bambini.

E non vogliamo perdere tempo.

E' il 2 febbraio: ricordiamo il Giorno della Marmotta nel cult Ricomincio  da capo- Film.it
Groundhog Day, Harold Ramis, 1993.

Donne tra le donne.

Io non lo sapevo ma il giorno in cui ho premuto il tasto dell’ascensore dell’Ospedale, per salire fino reparto di medicina della riproduzione, ho iniziato la mia trasformazione.

Dopo un po’ di tempo ho capito che non stava capitando solo a me ma che tutte le donne che posano le suole nei reparti PMA (procreazione medicalmente assistita) non sono più semplici donne ma, a poco a poco, si trasformano in “donne PMA”.

La donna PMA è differente.

La donna PMA, anzitutto, sviluppa un sesto senso che le consente di riconoscere un’altra donna PMA con un solo, fugace, sguardo.

E da lì le due donne PMA si attraggono come calamite e iniziano a parlare, e le loro parole diventano un mondo intero. Insomma, in un attimo, ti ritrovi a raccontare a una perfetta sconosciuta cose che hai taciuto perfino a tua madre.

Lo sguardo della donna PMA è inconfondibile. È uno sguardo indagatore e curiosissimo. Tipo quello di un felino a caccia.

Sì, perché la donna PMA studia continuamente, studia tutto. Potrebbe prendere una laurea in ostetricia e ginecologia, una in psicologia, una in dietologia e nutrizione e, di nascosto, una in medicina alternativa.

Al primo tentativo di fecondazione assistita siamo tutte delle bimbe sperdute, con gli occhi sgranati che si guardano attorno cercando di memorizzare il maggior numero di dati possibile (piano del reparto, centro prelievi, lettere e numeri delle stanze dei dottori, il ticket? Quando lo pago il ticket? Il prelievo quando lo faccio? Lo faccio prima o dopo l’ecografia?).

Per quanto i medici si sforzino di usare parole semplici per parlarci di cose che di semplice non hanno proprio nulla, capiamo poco, anzi pochissimo, li ascoltiamo, mute, perché la sola cosa che vogliamo sentirci dire, alla prima visita, è che funzionerà, che tutto andrà bene e che le percentuali di successo saranno altissime.

Alla seconda visita, però, arriviamo già dal dottore con una lista di domande precisissime, frutto di nottate insonni passate a scorrere tutto lo scibile presente sul web sull’argomento, e tutti i forum di altre donne PMA, e tutti i libri che esistono in commercio, e tutti i gruppi facebook e whatsapp in cui ci siamo infilate.

Insomma, cari dottori, non scherzate con una donna PMA perché vi saprà tenere testa e saprà porre obiezioni a ogni vostra singola affermazione, rischiando ma infischiandosene, che la facciate accompagnare fuori dall’edificio dalla sicurezza.

Agli incontri informativi voi ci ammonite “non confrontate i vostri piani terapeutici, saranno differenti, fareste solo confusione” Ah Ah Ah! Ma secondo voi? Noi dobbiamo sapere tutto, TUTTO, e perché a lei avete dato quello e a me quell’altro? Non è che mi farebbe meglio questo? Ah no, no, no, ora gli scrivo una mail e chiedo spiegazioni subito!

Una donna PMA conosce perfettamente i cibi che deve mangiare per aumentare capacità e qualità ovocitaria, Uova! Più uova! bio, ovviamente.

Una donna PMA conosce a menadito tutti gli antiossidanti e gli integratori da assumere, tutti carissimi e introvabilissimi, ma la donna PMA non si arrende e scandaglia tutto il globo terracqueo e il corriere Amazon diventa il suo spacciatore di fiducia.

Una donna PMA, conosce perfino i punti dell’agopuntura e della riflessologia plantare da andare a tucchignare per potenziare le percentuali di successo.

La donna PMA ha la tenacia di Gargamella e niente la potrà distogliere dal suo proposito di ricerca. Riuscirà a farsi scrivere ricette e a prenotare esami vincendo contro perfide segretarie e contro i CUP di tutta Italia, e anche d’oltralpe, se necessario.

La donna PMA si sottopone scientemente a indagini di ogni tipo e se sarà doloroso o meno ci penserà solo sul momento, che vuoi che sia, intanto poi passa.

Se la donna PMA prima della trasformazione aveva paura degli aghi, dopo la trasformazione, ha sempre paura degli aghi, fa semplicemente finta di essersene scordata. Si tappa occhi e naso e via di punture nella pancia, nel sedere, via libera ai prelievi e a tutto quello che deve essere.

E se la donna PMA prima della trasformazione era timida e preferiva farsi visitare solo da dottoresse, dopo la trasformazione perde ogni inibizione che le sue parti intime ormai hanno più spettatori giornalieri dei cinepanettoni sotto le feste di Natale.

La donna PMA sviluppa un senso di protezione del proprio compagno che, a confronto, la lupa grigia è una principiante. Piuttosto che farlo preoccupare sopporta qualsiasi cosa, arrivando a farsi qua e là le punture canticchiando e sorridendo amabilmente. Ciò facendo, la donna PMA, riesce, subdola, a persuadere il compagno a seguirla in qualsiasi visita e a fare qualsiasi trattamento, perfino le piroette dal santone darviscio.

La donna PMA, quando inizia a piangere, presa dalla stanchezza, mica piange normalmente. La donna PMA riesce a riempire sui dieci, ma anche quindici, catini di lacrime perché la sua stanchezza è così profonda che a tirarla fuori tutta non basta un piantino passeggero.

La donna PMA, dopo che si è pianta pure le lacrime della sua trisnonna, si lava la faccia si rifà il make up e via, si prenota un bel tampone, così, per ritrovare la serenità per un attimo perduta.

La donna PMA non ha tempo, deve correre. Sempre. E se l’obiettivo si sposta, lei aumenta la falcata.

La donna PMA è semplicemente una donna. Una donna come tutte le altre.

Solo che sta camminando su un selciato di sampietrini, con il tacco 12.

A spillo.

Lupa grigia che fa le moine al lupo grigio per trascinarlo a fare l’ennesimo spermiogramma ❤