Obsesión

Vivi anni, tanti che ormai hai perso il conto, cercando una gravidanza. Il pensiero che potresti non sapere mai come sia la faccia di tuo figlio, ti martella in testa come il ritornello di una hit estiva. Latino americana.

No, no es amor

Lo que tú sientes se llama obsesión

Una ilusión en tu pensamiento

Que te hace hacer cosas

Así funciona el corazón

Le tue giornate hanno tutte lo stesso gusto un po’ amaro di cose perdute. Tu e la tua diagnosi di infertilità (o, peggio, tu e la tua situazione “sine causa”) convivete da così tanto tempo che ormai vi sostenete a vicenda.

Lei ti tiene sempre in tirella. Se ti vuoi riposare e fermare un attimo a riprendere fiato la tua infertilità, il tuo problema, la tua croce, ti fa toc toc sulla spalla. Hei, ti sussurra, forza che devi ancora fare quel duecentosessantesimo tampone! Forza! Che abbiamo la decima isteroscopia eh! Se la facciamo ci regalano in omaggio un mese di lavaggi endometriali! Altro che week end alle terme! Vuoi mettere?

Insomma dopo aver affrontato incalcolabili, tanto numericamente quanto economicamente, esami, terapie, stimolazioni, pick up e transfer, e ancora e ancora, in una spirale senza capo né coda, tu sei diventata quella cosa lì.

Tu sei il tuo problema. Lo sei per te e lo sei anche un po’ per gli altri.

Tu vivi in funzione della tua infertilità.

Lei non ti da niente e tu le dai tutto.

Le dai i tuoi anni, quelli belli, quelli in cui dovresti goderti al massimo la vita di coppia perché siete ancora dei giovanotti, o meglio, lo eravate quando tutto questo è iniziato. Adesso siete vicini alla mezza età e siete stanchi, così stanchi da non riuscire a ricordare nemmeno come si faceva a essere felici, felici davvero.

Le dai il tuo tempo, ipotechi quello lavorativo e pure quello libero. Cerchi continuamente di capire cosa ti conviene fare sul lavoro per riuscire a sottoporti all’ennesima visita a duecento chilometri da casa, se prendere malattia, permesso, ferie, sasso, carta, forbice! Pure le ferie le devi incastrare nei tempi giusti, tra una stimolazione ormonale e un prelievo ovocitario. Ma ste benedette punture me le faranno imbarcare nel bagaglio a mano? Ma devono stare in frigo? E come facciamo a partire? Non partiamo, dai, sarà per un’altra volta.

Le dai tutti i tuoi sogni. Sì, perché di sogno te ne è rimasto uno solo e tutto quel che fai lo fai in funzione di quell’unico sogno. Hai smesso di bere, di fumare, di mangiare junk food, di divertirti sul serio.

Le tue endorfine sono al minimo storico e quel sogno inizia pure a starti un poco antipatico.

Tu sei diventata tutta infertile, per quanto ti sforzi di continuare a vivere quel pensiero e ti illuda pure di riuscirci alla grande, in realtà quel ritornello fisso in testa ti limita in ogni passo tu voglia fare.

No, no es amor

Lo que tú sientes se llama obsesión

Una ilusión en tu pensamiento

Que te hace hacer cosas

Así funciona el corazón

Ogni decisione ruota intorno alla procreazione. Anche un cazzo week end fuori porta va organizzato come una missione della NASA. Potrebbe coincidere con l’arrivo del ciclo che implica l’inizio della stimolazione o con il post transfer e allora sarà il caso di svagarsi o mi faranno male? O con checcazzo scegliete voi che ce n’è a bizzeffe di ragioni validissime per rovinarci anche questo viaggino.

Il fatto, care compagne di sventura, è che questa infertilità di pancia e di cuore, che ormai ci ha caratterizzato per anni, se ne resta lì anche dopo che il sogno si è avverato.

Hai il tuo bimbo e, all’improvviso, tutto quel gran da fare che avevi a incastrare e organizzare e metterti continuamente alla prova, pouff, svanisce.

E tu vacilli perché non sai più tanto chi sei. Tu, ormai, eri quella cosa lì. Lo sei stata per anni. E adesso ti devi ritrovare.

E farlo con un esserino che dipende in tutto da te può non essere proprio facile.

L’infertilità è un’erbaccia infestante e inestirpabile nel prato verde della nostra vita.

No, no es amor

Lo que tú sientes se llama obsesión

Una…

E Mò basta però eh!

Ma ‘ste creature non si dovevano trovare sotto ai cavoli? Mannaggia a loro, mannaggia.

Donne tra le donne.

Io non lo sapevo ma il giorno in cui ho premuto il tasto dell’ascensore dell’Ospedale, per salire fino reparto di medicina della riproduzione, ho iniziato la mia trasformazione.

Dopo un po’ di tempo ho capito che non stava capitando solo a me ma che tutte le donne che posano le suole nei reparti PMA (procreazione medicalmente assistita) non sono più semplici donne ma, a poco a poco, si trasformano in “donne PMA”.

La donna PMA è differente.

La donna PMA, anzitutto, sviluppa un sesto senso che le consente di riconoscere un’altra donna PMA con un solo, fugace, sguardo.

E da lì le due donne PMA si attraggono come calamite e iniziano a parlare, e le loro parole diventano un mondo intero. Insomma, in un attimo, ti ritrovi a raccontare a una perfetta sconosciuta cose che hai taciuto perfino a tua madre.

Lo sguardo della donna PMA è inconfondibile. È uno sguardo indagatore e curiosissimo. Tipo quello di un felino a caccia.

Sì, perché la donna PMA studia continuamente, studia tutto. Potrebbe prendere una laurea in ostetricia e ginecologia, una in psicologia, una in dietologia e nutrizione e, di nascosto, una in medicina alternativa.

Al primo tentativo di fecondazione assistita siamo tutte delle bimbe sperdute, con gli occhi sgranati che si guardano attorno cercando di memorizzare il maggior numero di dati possibile (piano del reparto, centro prelievi, lettere e numeri delle stanze dei dottori, il ticket? Quando lo pago il ticket? Il prelievo quando lo faccio? Lo faccio prima o dopo l’ecografia?).

Per quanto i medici si sforzino di usare parole semplici per parlarci di cose che di semplice non hanno proprio nulla, capiamo poco, anzi pochissimo, li ascoltiamo, mute, perché la sola cosa che vogliamo sentirci dire, alla prima visita, è che funzionerà, che tutto andrà bene e che le percentuali di successo saranno altissime.

Alla seconda visita, però, arriviamo già dal dottore con una lista di domande precisissime, frutto di nottate insonni passate a scorrere tutto lo scibile presente sul web sull’argomento, e tutti i forum di altre donne PMA, e tutti i libri che esistono in commercio, e tutti i gruppi facebook e whatsapp in cui ci siamo infilate.

Insomma, cari dottori, non scherzate con una donna PMA perché vi saprà tenere testa e saprà porre obiezioni a ogni vostra singola affermazione, rischiando ma infischiandosene, che la facciate accompagnare fuori dall’edificio dalla sicurezza.

Agli incontri informativi voi ci ammonite “non confrontate i vostri piani terapeutici, saranno differenti, fareste solo confusione” Ah Ah Ah! Ma secondo voi? Noi dobbiamo sapere tutto, TUTTO, e perché a lei avete dato quello e a me quell’altro? Non è che mi farebbe meglio questo? Ah no, no, no, ora gli scrivo una mail e chiedo spiegazioni subito!

Una donna PMA conosce perfettamente i cibi che deve mangiare per aumentare capacità e qualità ovocitaria, Uova! Più uova! bio, ovviamente.

Una donna PMA conosce a menadito tutti gli antiossidanti e gli integratori da assumere, tutti carissimi e introvabilissimi, ma la donna PMA non si arrende e scandaglia tutto il globo terracqueo e il corriere Amazon diventa il suo spacciatore di fiducia.

Una donna PMA, conosce perfino i punti dell’agopuntura e della riflessologia plantare da andare a tucchignare per potenziare le percentuali di successo.

La donna PMA ha la tenacia di Gargamella e niente la potrà distogliere dal suo proposito di ricerca. Riuscirà a farsi scrivere ricette e a prenotare esami vincendo contro perfide segretarie e contro i CUP di tutta Italia, e anche d’oltralpe, se necessario.

La donna PMA si sottopone scientemente a indagini di ogni tipo e se sarà doloroso o meno ci penserà solo sul momento, che vuoi che sia, intanto poi passa.

Se la donna PMA prima della trasformazione aveva paura degli aghi, dopo la trasformazione, ha sempre paura degli aghi, fa semplicemente finta di essersene scordata. Si tappa occhi e naso e via di punture nella pancia, nel sedere, via libera ai prelievi e a tutto quello che deve essere.

E se la donna PMA prima della trasformazione era timida e preferiva farsi visitare solo da dottoresse, dopo la trasformazione perde ogni inibizione che le sue parti intime ormai hanno più spettatori giornalieri dei cinepanettoni sotto le feste di Natale.

La donna PMA sviluppa un senso di protezione del proprio compagno che, a confronto, la lupa grigia è una principiante. Piuttosto che farlo preoccupare sopporta qualsiasi cosa, arrivando a farsi qua e là le punture canticchiando e sorridendo amabilmente. Ciò facendo, la donna PMA, riesce, subdola, a persuadere il compagno a seguirla in qualsiasi visita e a fare qualsiasi trattamento, perfino le piroette dal santone darviscio.

La donna PMA, quando inizia a piangere, presa dalla stanchezza, mica piange normalmente. La donna PMA riesce a riempire sui dieci, ma anche quindici, catini di lacrime perché la sua stanchezza è così profonda che a tirarla fuori tutta non basta un piantino passeggero.

La donna PMA, dopo che si è pianta pure le lacrime della sua trisnonna, si lava la faccia si rifà il make up e via, si prenota un bel tampone, così, per ritrovare la serenità per un attimo perduta.

La donna PMA non ha tempo, deve correre. Sempre. E se l’obiettivo si sposta, lei aumenta la falcata.

La donna PMA è semplicemente una donna. Una donna come tutte le altre.

Solo che sta camminando su un selciato di sampietrini, con il tacco 12.

A spillo.

Lupa grigia che fa le moine al lupo grigio per trascinarlo a fare l’ennesimo spermiogramma ❤

Amico Fragile.

Alla fine della primavera ho perso il mio bambino.

Signora, lei è una donna piuttosto distratta, direbbe il cantautore.

È successo così, un attimo prima era lì con me e quello dopo non c’era più, così in fretta che nessuno ha fatto in tempo ad accorgersene, non che sarebbe andata diversamente, ma almeno il tempo di stendere le braccia in avanti per ripararsi dalla caduta, ecco, quello magari sì.

Sono rimasta lì, con la pancia cresciuta troppo in fretta e tutte le forme ammorbidite, sì perché il corpo è una macchina fantastica e sa farsi accogliente in un tempo talmente breve che gli allestimenti Ikea si dovrebbero vergognare di brutto.

E in piedi davanti all’armadio cerco dei vestiti che le nascondano per bene tutte quelle forme che solo fino a ieri non facevo che ammirare super compiaciuta in qualsiasi superficie riflettente. Cazzo una seconda piena io non l’avevo mica mai considerata… e sognavo già un’estate spudoratissima, in topless everywhere.

È così. La prima cosa brutta da affrontare è proprio il nostro stesso corpo, è il vedere che si ostina a voler proteggere e nutrire un qualcosa che si è spento, è il sottoporsi a terapie o interventi che ti puliscano da un qualcosa che mai mai mai vorresti lavare vai. È quel gesto che torna, automatico, quel gesto che avevi iniziato a fare da subito, per pudore quasi di nascosto, di portare la mano sulla panzetta come per creare un legame, per proteggere, per comunicare con lui che ancora non era, ma che era lì, al sicuro.

Poi, come se non bastasse, devi affrontare gli entusiasmi di chi ti guarda e con il sorriso di Bruto, lo squalo della Ricerca di Nemo, urla, in modo che sentano tutti per bene, Ma qui ci sono novità! Eh no, non ci sono. Punto. E via libera ai silenzi silenziosissimi.

È un fatto assolutamente normale nel primo trimestre, te lo ripetono tutti e tu lo sai benissimo, quello che non sapevi è il buco nello stomaco che ti si piazza lì e che a seconda di come gli gira ti toglie il fiato o ti fa arrivare eserciti di lacrime agli occhi nei momenti meno opportuni, tanto che impari a fregartene e a lasciarle andare. Impari a parlare di quello che stai vivendo, è normale, no? Assolutamente normale.

E allora parliamone, parliamone con chi sentiamo ci faccia bene farlo, e se è un estraneo cosa importa. Mi sono trovata a piangere e sorridere mani nelle mani con una farmacista mai vista prima e dopo mi sono sentita un pochino meno sperduta.

Non è una cosa di cui vergognarsi, non siamo sbagliate, non funzioniamo male. Ci sono consultori o centri per la fertilità che mettono a disposizione un supporto psicologico. Perché è assolutamente normale sentirsi male, sentirsi malissimo.

Accogliamo gli abbracci che arrivano, cerchiamo la solitudine se sentiamo che è quello che in quel momento ci serve, dichiariamo di stare male e non facciamo i supereroi, perché alle volte si è tanto più forti quanto più si è liberi di essere fragili.

Io, che sono una quarantina scunchiuduta, nella mia sconclusionatezza sono riuscita comunque a trovare il mio modo di continuare a camminare, ho imbracciato un kalaschnikov contro i radicali liberi e contro chi mi dice che sono una primipara attempata.

A proposito, io sono felice davvero che alla duchessa del Sussex sia andato tutto per il meglio e che il Royal Baby non abbia avuto problemi, la fichissima Megan non è più nemmeno lei di primo pelo, ma che è una primipara attempata, nel suo caso, lo hanno pure scritto in grassetto Times New Roman dimensione 96 su tutti i giornali del globo terracqueo. Sai porella che batosta sarebbe stata?

A me, grazie al buon Gesù, mi ha salvato l’anonimato.

Il sorriso Brut(t)o