Questa sera si ricomincia a cercare il punto giusto dove farsi la puntura.
Come se avessi per le mani un compasso disegni un sorriso due dita sotto all’ombelico, scegli il lato che ti ispira di più, pinzi la pelle tra pollice e indice e lì infili l’aghetto.
In realtà le punture non sono il vero inizio della stimolazione ormonale.
Il percorso inizia molto prima, inizia con tutti gli innumerevoli esami e accertamenti fatti sul perchè la gravidanza proprio non vuole arrivare o, molto spesso, un nuovo tentativo inizia con la decisione di riprogrammare subito dopo il precedente tentativo di PMA fallito.
Questo significa che tutte le implicazioni psicologiche che stanno dietro la PMA una se le metabolizza e digerisce ben prima di arrivare alla punturina inaugurale.
Così, quando si ripescano le regole del piccolo chimico e si mettono insieme polverine e liquidi e si prepara la prima siringa, è tutta un’emozione di speranza, curiosità e anche un po’ di – cauta – gioia. La gioia di non aver avuto intoppi. La gioia di aver dribblato stronzissimi batteri, di aver fatto gnegnegne all’escherichia coli. La gioia di avere i valori delle analisi giusti, senza asterischi accanto. La gioia di aver ricevuto in tempo l’esito di tutti gli esami fatti. La gioia (e la profonda tranquillità) di avere in frigo e sullo scaffale tutte le scatole di ormoni necessari per affrontare la terapia.
Insomma, quando si arriva alla prima puntura si può, per un momento, tirare un bel respiro e, perché no, fare anche una risatina e dire fra sè e sè, “Fanculo! Que será, será, whatever will be, will be, the future’s not ours to see. Que será, será…” ma qui ci sono arrivata e me la posso giocare al meglio delle mie possibilità.
Possiamo anche spiegarlo ai nostri partner che ci guardano perplessi mentre brandiamo la siringa con un diabolico ghigno, non è masochismo, è solo che è bello avere questa opportunità.
Lo so che nei prossimi giorni arriveranno paura, sconforto e dubbi, ma questo terzo tentativo voglio viverlo così, con leggerezza, che non vuol dire assenza di giudizio, ma senza pesi sul cuore, senza l’animo greve. Voglio custodire quello che provo adesso, in questo preciso momento, questa eccitazione che precede il viaggio voglio tenermela stretta stretta, so già che questa energia mi sarà utilissima quando dovrò affrontare i monitoraggi e tutto quello che verrà.
Un passo alla volta. Un passo alla volta.
Let’s go!
(E se i Dii non me la manderanno buona la prossima volta vado direttamente da Panoramix a reclamare la pozione magica.)
Io
non lo sapevo ma il giorno in cui ho premuto il tasto dell’ascensore
dell’Ospedale, per salire fino reparto di medicina della
riproduzione, ho iniziato la mia trasformazione.
Dopo
un po’ di tempo ho capito che non stava capitando solo a me ma che
tutte le donne che posano le suole nei reparti PMA (procreazione
medicalmente assistita) non sono più semplici donne ma, a poco a
poco, si trasformano in “donne PMA”.
La
donna PMA è differente.
La
donna PMA, anzitutto, sviluppa un sesto senso che le consente di
riconoscere un’altra donna PMA con un solo, fugace, sguardo.
E da
lì le due donne PMA si attraggono come calamite e iniziano a
parlare, e le loro parole diventano un mondo intero. Insomma, in un
attimo, ti ritrovi a raccontare a una perfetta sconosciuta cose che
hai taciuto perfino a tua madre.
Lo
sguardo della donna PMA è inconfondibile. È uno sguardo indagatore
e curiosissimo. Tipo quello di un felino a caccia.
Sì, perché la donna PMA studia continuamente, studia tutto. Potrebbe prendere una laurea in ostetricia e ginecologia, una in psicologia, una in dietologia e nutrizione e, di nascosto, una in medicina alternativa.
Al
primo tentativo di fecondazione assistita siamo tutte delle bimbe
sperdute, con gli occhi sgranati che si guardano attorno cercando di
memorizzare il maggior numero di dati possibile (piano del reparto,
centro prelievi, lettere e numeri delle stanze dei dottori, il
ticket? Quando lo pago il ticket? Il prelievo quando lo faccio? Lo
faccio prima o dopo l’ecografia?).
Per quanto i medici si sforzino di usare parole semplici per parlarci di cose che di semplice non hanno proprio nulla, capiamo poco, anzi pochissimo, li ascoltiamo, mute, perché la sola cosa che vogliamo sentirci dire, alla prima visita, è che funzionerà, che tutto andrà bene e che le percentuali di successo saranno altissime.
Alla
seconda visita, però, arriviamo già dal dottore con una lista di
domande precisissime, frutto di nottate insonni passate a scorrere
tutto lo scibile presente sul web sull’argomento, e tutti i forum
di altre donne PMA, e tutti i libri che esistono in commercio, e
tutti i gruppi facebook e whatsapp in cui ci siamo infilate.
Insomma,
cari dottori, non scherzate con una donna PMA perché vi saprà
tenere testa e saprà porre obiezioni a ogni vostra singola
affermazione, rischiando ma infischiandosene, che la facciate
accompagnare fuori dall’edificio dalla sicurezza.
Agli
incontri informativi voi ci ammonite “non confrontate i vostri
piani terapeutici, saranno differenti, fareste solo confusione” Ah
Ah Ah! Ma secondo voi? Noi dobbiamo sapere tutto, TUTTO, e perché a
lei avete dato quello e a me quell’altro? Non è che mi farebbe
meglio questo? Ah no, no, no, ora gli scrivo una mail e chiedo
spiegazioni subito!
Una
donna PMA conosce perfettamente i cibi che deve mangiare per
aumentare capacità e qualità ovocitaria, Uova! Più uova! bio,
ovviamente.
Una
donna PMA conosce a menadito tutti gli antiossidanti e gli
integratori da assumere, tutti carissimi e introvabilissimi, ma la
donna PMA non si arrende e scandaglia tutto il globo terracqueo e il
corriere Amazon diventa il suo spacciatore di fiducia.
Una
donna PMA, conosce perfino i punti dell’agopuntura e della
riflessologia plantare da andare a tucchignare per potenziare le
percentuali di successo.
La donna PMA ha la tenacia di Gargamella e niente la potrà distogliere dal suo proposito di ricerca. Riuscirà a farsi scrivere ricette e a prenotare esami vincendo contro perfide segretarie e contro i CUP di tutta Italia, e anche d’oltralpe, se necessario.
La
donna PMA si sottopone scientemente a indagini di ogni tipo e se sarà
doloroso o meno ci penserà solo sul momento, che vuoi che sia,
intanto poi passa.
Se
la donna PMA prima della trasformazione aveva paura degli aghi, dopo
la trasformazione, ha sempre paura degli aghi, fa semplicemente finta
di essersene scordata. Si tappa occhi e naso e via di punture nella
pancia, nel sedere, via libera ai prelievi e a tutto quello che deve
essere.
E se
la donna PMA prima della trasformazione era timida e preferiva farsi
visitare solo da dottoresse, dopo la trasformazione perde ogni
inibizione che le sue parti intime ormai hanno più spettatori
giornalieri dei cinepanettoni sotto le feste di Natale.
La donna PMA sviluppa un senso di protezione del proprio compagno che, a confronto, la lupa grigia è una principiante. Piuttosto che farlo preoccupare sopporta qualsiasi cosa, arrivando a farsi qua e là le punture canticchiando e sorridendo amabilmente. Ciò facendo, la donna PMA, riesce, subdola, a persuadere il compagno a seguirla in qualsiasi visita e a fare qualsiasi trattamento, perfino le piroette dal santone darviscio.
La
donna PMA, quando inizia a piangere, presa dalla stanchezza, mica
piange normalmente. La donna PMA riesce a riempire sui dieci, ma
anche quindici, catini di lacrime perché la sua stanchezza è così
profonda che a tirarla fuori tutta non basta un piantino passeggero.
La
donna PMA, dopo che si è pianta pure le lacrime della sua trisnonna,
si lava la faccia si rifà il make up e via, si prenota un bel
tampone, così, per ritrovare la serenità per un attimo perduta.
La
donna PMA non ha tempo, deve correre. Sempre. E se l’obiettivo si
sposta, lei aumenta la falcata.
La
donna PMA è semplicemente una donna. Una donna come tutte le altre.
Solo che sta camminando su un selciato di sampietrini, con il tacco 12.
A spillo.
Lupa grigia che fa le moine al lupo grigio per trascinarlo a fare l’ennesimo spermiogramma ❤