Blog Feed

Di extraterrestri, di capitani e dell’amore.

Ciao, cosa fai?

Mi trascino per le stanze, mi bagno le mani e accarezzo i gatti con le mani bagnate.

E poi?

Li inseguo con delle picagette umide e gliele metto addosso;

Apprezzano?

Scappano che sembrano E.T. quando barcolla vestito da signora col cappellino a fiori.

Sgattaiolano!

Me lo ricordo perfettamente quando mia mamma ci ha portato a vedere E.T. al cinema. Ero all’asilo e mi è venuta a prendere prima del suono della campanella insieme a mia sorella. Mi ha portato dal dentista, subdola, e poi, per premio (quello studio dentistico non aveva nulla da togliere al dottor Christian Szell nel Maratoneta) tutti a vedere E.T..

A rivederlo adesso pensi, eh sì, però Spielberg nei suoi primi film era proprio banale, bambini e buoni sentimenti acchiappa pubblico.

È un po’ così, ma non solo così.

In E.T. noi vediamo dei ragazzini che imparano a prendersi cura di qualcuno diverso da loro. La paura iniziale se ne va subito e non resta che la curiosità, il desiderio di capirsi e trovare un linguaggio comune. Resta l’amore.

Quei ragazzini coraggiosi non ci stanno a vedere il Governo del loro Paese che si accanisce su E.T.. Lo portano in salvo, facendo pure fare la figura dei fessi alle autorità.

Ci sono di sicuro esempi più profondi di lotta a delle ingiustizie inaccettabili che arrivano dall’alto, lo so bene. A me, però, piace pensare che dentro ciascuno di noi sia rimasto, da qualche parte, quel bambino che ha trattenuto il respiro insieme a Eliott e a E.T. su quella bicicletta che vola e passa davanti alla luna piena. Quel bambino che avrebbe fatto qualsiasi cosa pur di proteggere E.T., così diverso eppure così perfettamente identico a ogni bimbo che si ritrova da solo, lontano da casa e dai propri affetti.

Io voglio credere che nel mio paese le persone sappiano capire quale è la parte giusta da cui stare, e che si spostino fisicamente da quella parte. Che si schierino, senza paura, perché non c’è niente di spaventoso nel salvare una, due, dieci, venti, quarantadue vite.

E io credo che la Legge assolverà la Capitana Carola Rackete.

E io sono sicura che chi sta dalla parte sbagliata, per quanto si creda assolto, sarà per sempre condannato.

L’amore è la risposta. Se ci pensiamo un attimo lo sappiamo tutti, anche quelli che E.T. non l’hanno visto.

Tutto il resto è un intollerabile lato oscuro. E “La paura è la via per il Lato Oscuro. La paura conduce all’ira, l’ira all’odio, l’odio conduce alla sofferenza”.

“Paura che il diverso sarebbe anche possibile”
Subsonica

Interrogativi cazzo-confusi

Agosto moglie mia non ti conosco. Lo so, siamo a fine giugno e lo giuro, disconosco il mio товарищ (scusate ma la serie su Chernobyl mi sta entrando sottopelle), mia madre, mio papà e pure mia sorella con nipote inclusa.
In questa inedia a 30 gradi all’ombra l’unico punto di ristoro, senza essere trafitti dalle lame intercostali fulminanti da aria condizionata po po po po polaretti, sono i portoni.

Io non so se anche da voi sia così, ma qui da noi, entrare nei portoni, umidi e odorosi di polvere, tutti allo stesso modo, ti concede riparo e respiro.

Un po’ come quando scendevi nella cantina con il nonno a prende il bottiglione da due litri di Barbera. Con la mano del nonno nella tua e il Barberone nella sua non ti poteva succedere nulla di brutto e le tue narici memorizzavano per sempre quell’odore rassicurante di cantina.

Ieri ho raggiunto casa a fatica, la mattonata rossa, tutta scalini in salita, bolliva come lava immobile. Erano le sei di sera e il sole, di tramontare, non ne aveva mica voglia.

Una vecchia con due borse della spesa mi supera, sulla destra.

Ora, io vorrei sapere come fanno. Con che fibre li assemblavano i vecchi? Fibre di carbonio? Di titanio? Io non me lo spiego proprio, come fanno ad andare così veloci e determinati, con quelle gambette a parentesi sotto il peso dei sacchetti stracolmi di… cosa sono? scatolette per i gatti? per un attimo spero con tutto il cuore di trasformarmi anche io in una super vecchia inarrestabile. I gatti già li ho.

Umiliata dalla super vecchia arrivo al portone, sudata come un’anguilla.

Respiro quell’aria umida e ferma e fresca e, dopo aver controllato che la vecchia non mi abbia seguito, mi abbandono sulla cassapanca. Me ne sto lì, i vestiti appiccicati addosso, i capelli depressi e le caviglie, dove sono le caviglie? Ecco lì, le ho dimenticate in studio , pazienza, le recupero domani.

E lì, in quel limbo senza musica o gonne hawaiane o cocktail pieni di ombrellini e coloranti, mi partono gli interrogativi cazzo-confusi.

Esisterà un prodotto per i capelli che non ti faccia sembrare un cocker bagnato già a metà mattinata che te li tenga su belli vispi anche con sto clima ?

Mi dovrò dare la crema protettiva anche alle sei di sera per camminare per strada se il sole non vuole darsi una calmata?

Se qui fa così caldo e se fa così caldo appena si entra in una stanza senza aria condizionata, immagino anche al Viminale, quanto caldo potrà fare su una barca in mezzo al mare che ha il divieto di ormeggiare ed è costretta a fare rotte insensate da più di 14 giorni?

Quanta codardia ci vuole, col culo comodo all’aria condizionata del Viminale, a decidere che 42 esseri umani disperati, impauriti, affamati, assetati, abusati e pieni di speranza, debbano continuare ancora e ancora a soffrire?

Se 42 è la risposta alla Domanda Fondamentale sulla Vita, l’Universo e Tutto Quanto come è possibile accanirsi contro 42 persone?

L’uomo di potere robusto col pizzetto e la felpa avrà più messo piede al Viminale?

Quanto coraggio ci vuole per non rispettare un divieto iniquo e per assumersi fino in fondo la responsabilità delle proprie scelte?

Quanto vorrei abbracciare fortissimo la Capitana della Sea Watch 3, Carola Rackete, la più cazzuta sbruffoncella trentenne che si sia mai vista per i sette mari? La abbraccerei stretta stretta, e chi se ne frega se fa caldo.

Ma quanto vorrei dare due schiaffetti a quella signora de Roma che vorrebbe affondare tutte le navi che salvano vite, peraltro senza specificare se con o senza le persone a bordo?

Da questo portone si vede il mare, laggiù. La legge del mare riuscirà a farci restare umani dato che nemmeno la Corte Europea lo ha fatto?

Ora salgo a casa, meno sudata e con un po’ di speranza in più nelle nuove generazioni di donne e uomini che non saranno fatti dello stesso materiale dei super vecchi ma, di sicuro, non sono disponibili ad abbassare occhi e testa.

Lo diceva Neruda che di giorno si suda. Ma la notte pure.

Scunchiuduta, a state of mind.

Ogni famiglia, felice o infelice che sia, ha un suo personalissimo lessico e la Ginzburg ne sapeva qualcosa.


Un pomeriggio lontano, avrò avuto dieci anni, me ne giocavo in camera mia quando il suono del citofono mi ha riportata alla realtà, strappandomi al mondo dei bestini Lego, proprio quando il Sindaco Signor Volpe stava per affrontare le rimostranze pubbliche della Signora Pecora e del Signor Maiale rimasti privi dell’accesso a casa per via della grande frana del ponticello costruito, evidentemente male, dal capo mastro Signor Corvo.

papà se ne sta, come al solito, a leggere l’ultimo numero di Archeo sprofondato nel divano marrone spugnoso, si alza, sbuffa, e si trascina a rispondere,
“Chi è?”
“Giovanni”.

Giovanni è un parente di nonna che spuntava senza preavviso con un vassoio di totò siracusani, che non piacciono a nessuno ma che, alla fine, mangiamo tutti, circa tre volte l’anno, quando la nave sulla quale era imbarcato passava da qui.

Era sempre impeccabile Giovanni, con i capelli corti e fatti di mille riccioli (e qui si spiegano i miei capelli ricci, e naufraga la fantasia di essere stata adottata da questa strana famiglia dai capelli lisci lisci e fini fini da shampoo Johnson’s) con la brillantina a tenerli insieme, ordinatissimi.
Papà, che di nemmeno troppo ordinato aveva giusto la collezione di Archeo, mi chiama per il comitato di accoglienza, guai a non dare il benvenuto (anche se inaspettato, anche se inopportuno, anche se a cazzo totale) alla Trinacria.


Aspettiamo Giovanni sulla porta, io e papà, e appena scende dall’ascensore, con il vassoio di totò comprati prima di partire, con la premeditazione che Norman Bates scansati proprio, indicando papà (barba sfatta, capelli che non stanno a posto nemmeno se dorme un mese con la retina alla Mastroianni in divorzio all’italiana) quasi urla:

“Minchia!” (perbacco, ndr) Cumu si scunchiudutu!”

Da quel giorno, quando siamo stropicciati, sconvolti o in disordine pesante, noi siamo scunchiuduti. Scunchiuduto racchiude, in un unico termine, tutte queste categorie, e, nel tempo, si è allargato, come un ospite scomodo, oltre che all’esteriore, allo stato d’essere interiore. L’animo stropicciato e confuso e, a volte, disperato, ma anche solo distratto e inconcludente, ti fa essere, per estensione, scunchiuduto.
E, scunchiuduta, a me, calza comodo comodo.
Scunchiuduta sono io, dentro e fuori, da sempre. Scunchiuduta it’s a state of mind.


La famiglia del mio compagno usa allo stesso identico modo il termine rapucito,che arriva, invece, dal Piemonte, ma quella è la sua, di famiglia. In quella che è diventata la nostra famiglia, a volte è l’uno, a volte è l’altro. E valgono entrambi anche per i perfidi gattacci.

I bestini Lego.
Il Sindaco, Signor Volpe, è assente per pregressi impegni improrogabilissimi.