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Memorie della mia terza pma – giorno 3 – la forza dell’ormone.

Ieri sera era venerdì sera, e come tutti i venerdì sera io e il mio compagno eravamo stanchi tipo Forrest Gump dopo aver corso 3 anni, 2 mesi, 14 giorni e 16 ore.

Dopo una cena sana sanissima abbiamo preparato la seconda puntura, devo ancora specializzarmi nel travaso liquido – polverina – altra polverina, mi lascio sempre indietro qualche goccia che proprio non vuole farsi risucchiare.

Tralasciando l’urlo di Tarzan che mi è scappato quando, per eliminare una micro bollicina d’aria, ho spruzzato nell’aire un poco di preziosissimo ormone, direi che non ci possiamo lamentare. Seconda cazzo punturina archiviata.

Finalmente sul divano. Ci riguardiamo Breaking Bed che fra poco esce il film e urge un ripasso, e mentre Walter e Jesse si urlano la qualunque io inizio a sentire che le ovaie se la tirano un po’.

Il mio tovarišč ha appuntamento telefonico con l’andrologo lunedì ma non si è più lamentato, quindi credo che il suo fastidio fosse solo una botta di ipocondria passeggera condita con un’ombra di ansia da prestazione. In ogni caso un controllino fuori tempo massimo non fa mai male, ci regala quel pizzico di suspence al quale non sappiamo proprio rinunciare.

Mi sveglio, dopo un sonno melatoninico, con l’energia di sette Mastro Lindo.

Sarà l’ormone? Saranno gli integratori e gli anti ossidanti che dopo tre mesi iniziano a farsi sentire?

Io non lo so, so solo che sono entrata in modalità wonder woman, una piroetta e via, mi ritrovo in pantaloncini azzurri a stelle e bustino rosso con la tetta dorata e in men che non si dica rivolto casa, sollevo i mobili e pulisco qualsiasi superficie (solo ed esclusivamente con prodotti naturali, certificati, sarà estremista, ma oltre a proteggere l’ambiente evitano di contaminarci e la fertilità ringrazia). Acchiappo e lavo pure uno dei due gatti che girano per casa, ottenendo in cambio un bel graffio orizzontale sulla pancia, accanto ai buchini delle prime due punture, per capirci ora la mia pancia sembra l’evergreen “unisci i puntini” della settimana enigmistica.

Quindi, per ora, tutto tranquillo, nessun effetto collaterale preoccupante, se tralasciamo i super poteri, inizio, senza fretta che arrivi troppo presto, il conto alla rovescia per il primo monitoraggio di martedì prossimo e me ne vado un po’ sul mare che, tra una nuvole e l’altra, spunta fuori un bel sole caldo.

E ogni tanto spariamocela una Power Pose e pensiamo a quanta forza abbiamo dentro ❤

Memorie della mia terza pma – giorno 2 – la trama si infittisce.

Qualche giorno fa, mia nipote, una peste pestifera di otto anni, tutta pepe, con manie compulsivo ossessive nei confronti dello slime, tenta disperatamente di infilarsi un paio di rollerblade di Hello Kitty di quando aveva cinque anni.

“Ali, sono piccoli ormai, lascia stare, metti gli altri, quelli li regaliamo a qualche bimbo più piccino”, dice la nonna, cercando di farla ragionare.

Alice si alza, ripone i pattini per bene e mi corre incontro.

Mi mette sulla pancia una manina umidiccia e appiccicosa di chissà cosa aveva tucchignato “Zia fammi sentire se ti sta crescendo la pancia” e mi guarda con gli occhioni più dolci che possiate immaginare.

Ecco, potrei dirvi che ieri sera, mentre mi bucavo la pancia con la prima puntura di questo nuovo ciclo di pma, pensassi forte a lei.

Oggi tantissimi bambini e ragazzi stanno riempiendo le piazze, chiedendo forte agli adulti di ascoltarli perché il loro futuro è in pericolo e sono bellissimi così arrabbiati e pieni di ideali e di speranza, nonostante tutto. Mi fanno diventare gli occhi tutti annacquati.

Ecco, potrei dirvi che ieri sera, mentre vedevo il liquido della siringa entrarmi sottopelle, pensassi se questa sia la scelta giusta, se insistere così nella ricerca di un figlio abbia senso, quale eredità lasceremo ai nostri bimbi?

Potrei scrivere cento altri pensieri, alti e ispirati, che sarebbe stato opportuno fare.

La verità è che l’unica cosa che ho saputo fare quando mi sono ritrovata con quella cazzo di siringhetta in mano, è stata rivolgermi direttamente e solo a lei, alla siringhetta “Ma guarda un po’ chi si rivede! Ma ciao brutta stronzetta!”.

E poi via, uno, due e tre e la prima puntura è andata, nessun bruciore, niente di niente (che poi quando pungendomi non sento proprio niente mi metto a controllare se l’abbia effettivamente fatta, l’iniezione, o se il liquido sia, che so io, evaporato misteriosamente in forza di chissà quale fenomeno chimico-fisico).
Poi mi sono presa una bella dose di melatonina (consigliata durante la stimolazione per migliorare la qualità ovocitaria – tante fondamentali indicazioni sugli integratori da prendere le trovate nel testo Comincia tutto dall’uovo: Come la scienza della qualità degli ovuli può aiutare la tua fertilità per concepire con la fecondazione in vitro o naturale di Rebecca Fett -) e sono piombata in un sonno da elefante, senza pensieri.

Questa mattina mi alzo bella pimpante e canticchiando me ne vado in bagno. Il mio compagno mi boffonchia qualcosa da dietro la porta, apro tutta sorrisi e lui mi fa, sai, non è che mi senta benissimo, sento fastidio, tipo un indolenzimento, là sotto, insomma non mi sembra una cosa normale.

“COSA?”

Alla terza ripetizione bella scandita prendo atto non solo del problema ma anche del fatto che questa cosa della pma mica la fai da sola, qui bisogna stare bene in due perchè funzioni tutto a dovere. Mi ero talmente concentrata sul mio essere rilassata, zero ansiosa, e super positiva che pensavo a posto io, a posto tutto. E invece no, porca puzza.

Ho perso il controllo per circa due minuti in cui ho balbettato non saprei dire cosa. Poi ho respirato e dopo aver ritrovato la lucidità abbiamo convenuto che per sicurezza oggi chiamiamo l’andrologo.

Andrà tutto bene. Andrà tutto bene. Andrà tutto bene… OMMMMM…

Una cosa è certa: dalla narrazione leggiadra stile commedia anni ’90 al thriller è un attimo velocissimissimo.

La fottutissima siringhetta su tovaglietta verde speranzosa ❤

Memorie della mia terza pma – giorno 1 – let’s go!

Questa sera si ricomincia a cercare il punto giusto dove farsi la puntura.

Come se avessi per le mani un compasso disegni un sorriso due dita sotto all’ombelico,
scegli il lato che ti ispira di più, pinzi la pelle tra pollice e indice e lì infili l’aghetto.

In realtà le punture non sono il vero inizio della stimolazione ormonale.

Il percorso inizia molto prima, inizia con tutti gli innumerevoli esami e accertamenti fatti sul perchè la gravidanza proprio non vuole arrivare o, molto spesso, un nuovo tentativo inizia con la decisione di riprogrammare subito dopo il precedente tentativo di PMA fallito.

Questo significa che tutte le implicazioni psicologiche che stanno dietro la PMA una se le metabolizza e digerisce ben prima di arrivare alla punturina inaugurale.

Così, quando si ripescano le regole del piccolo chimico e si mettono insieme polverine e liquidi e si prepara la prima siringa, è tutta un’emozione di speranza, curiosità e anche un po’ di – cauta – gioia. La gioia di non aver avuto intoppi. La gioia di aver dribblato stronzissimi batteri, di aver fatto gnegnegne all’escherichia coli. La gioia di avere i valori delle analisi giusti, senza asterischi accanto. La gioia di aver ricevuto in tempo l’esito di tutti gli esami fatti. La gioia (e la profonda tranquillità) di avere in frigo e sullo scaffale tutte le scatole di ormoni necessari per affrontare la terapia.


Insomma, quando si arriva alla prima puntura si può, per un momento, tirare un bel respiro e, perché no, fare anche una risatina e dire fra sè e sè, “Fanculo! Que será, será, whatever will be, will be, the future’s not ours to see. Que será, será…” ma qui ci sono arrivata e me la posso giocare al meglio delle mie possibilità.

Possiamo anche spiegarlo ai nostri partner che ci guardano perplessi mentre brandiamo la siringa con un diabolico ghigno, non è masochismo, è solo che è bello avere questa opportunità.

Lo so che nei prossimi giorni arriveranno paura, sconforto e dubbi, ma questo terzo tentativo voglio viverlo così, con leggerezza, che non vuol dire assenza di giudizio, ma senza pesi sul cuore, senza l’animo greve. Voglio custodire quello che provo adesso, in questo preciso momento, questa eccitazione che precede il viaggio voglio tenermela stretta stretta, so già che questa energia mi sarà utilissima quando dovrò affrontare i monitoraggi e tutto quello che verrà.

Un passo alla volta. Un passo alla volta.

Let’s go!

(E se i Dii non me la manderanno buona la prossima volta vado direttamente da Panoramix a reclamare la pozione magica.)

Non lasciateci sole.

Non lasciateci sole.
Davanti ai giudizi di chi cerca le ragioni della violenza che abbiamo subìto. Davanti a chi cerca giustificazioni a quella violenza. A chi la chiama con nomi gentili, perché l’idea di un uomo violento che picchia fino a spaccare le ossa, che stringe il collo fino a farti soffocare, fa troppa paura.

E allora è più semplice, è più accettabile, se quell’uomo violento ci diventa, assassino ci diventa, perchè siamo state noi a farcelo diventare.

Magari perché non lo amavamo abbastanza, o magari perché lo abbiamo provocato con i nostri vestiti e i nostri atteggiamenti ambigui.

Le parole possono essere violente. Possono fare male, e tanto.
E che effetto fa vedere un uomo che fa del male a una donna, ancora una volta, con le sue parole insinuanti? Che effetto fa vedere un uomo, nel suo completo da prima serata, tirare fuori la sua personalissima violenza? Nessuno ha provocato quella violenza verbale. Era lì, c’è sempre stata.
E io non ci vedo tanta differenza rispetto a chi ti strattona fino a romperti un paio di costole.

Non lasciateci sole.
In questi ultimi giorni, da sud a nord, due madri hanno ucciso i loro bimbi, neonati.
Io non lo so quale disperazione ci fosse dietro a questi gesti.
So, però, che la depressione post partum è qualcosa di devastante e, se la devi affrontare da sola, difficilmenti ne esci senza ferite.
Ci vogliono strutture e ci vuole attenzione perché la vita va custodita soprattutto quando è più fragile. Ci vogliono persone che lo cerchino un aiuto, per noi.

Non lasciateci sole.

Nel percorso che sto facendo di ricerca di una gravidanza ho sentito la voce di tante donne che lottano per avere un figlio e che, oltre alle paure e all’instabilità che una diagnosi di infertilità ti crea, vivono il disagio del doversi assentare troppo spesso dal lavoro. Hanno paura di essere giudicate dai principali e dai colleghi, e di perdere il posto. Hanno paura di cercarlo un lavoro e, se lo trovano proprio perchè sono senza figli, non sanno se parlare di quello che stanno affrontando o se mentire.

Non lasciateci sole.

Le donne si portano dentro tante di quelle cose, cose pesanti come sacchi pieni di pietre. È difficile parlarne ma se ne viene offerta la possibilità, se il modo di scaricare un po’ quel sacco esiste, allora piano piano si può sopravvivere.
I centri antiviolenza e i supporti psicologici sono essenziali ma non sono abbastanza. Ci vuole l’attenzione delle persone che ci circondano. Ci vuole una mano che ci prenda e che in quei centri ci accompagni o ci vuole una voce che ce ne parli. Perchè anche se non si è pronte ad ascoltare, il sapere che una via d’uscita c’è è già tanto. Tantissimo.

Se mai riuscirò ad avere un figlio, io spero che sia un maschio. Un maschio al quale insegnerò che una donna non va mai lasciata sola.
Ed è da qui che è necessario ricominciare.

Noi.

Superati i trentacinque anni la vita di una donna inizia ad avere un peso specifico differente.

Immaginate che ogni singola cellula del vostro corpo, d’un tratto, inizi a diventare ogni giorno un po’ più pesante, e che voi lo sentiate, dentro, questo peso che aumenta, via via, fino a raggiungere la sua massima espansione a quarant’anni.

Immaginate, ora, che oltre ad aver assunto un nuovo peso, le vostre cellule inizino a sussurrarvi che il vostro tempo sta scadendo.

E’ con questa consapevolezza che noi donne cresciamo, con la nostra personalissima data di scadenza che ci scorre nel sangue, su e giù, da cervello all’utero, e viceversa.

Ci siamo noi, che abbiamo deciso di non averne, di figli, e di ragioni ne conosciamo proprio tante e anche se siamo sicure della nostra scelta, il mondo, le nostre amiche, nostra suocera o nostra madre ci parlano e ci guardano come si fa quando sei preoccupato per qualcuno, con la testa piegata sul lato e gli occhi all’ingiù. Perché per quanto noi possiamo vivere intensamente ogni singolo secondo Loro continueranno sempre e sempre, e sempre, a pensare che noi saremo infelici, per l’eternità.

Noi dobbiamo sempre stare un po’ meglio degli altri, dobbiamo sempre essere felici, attive, giovani e belle, perché, altrimenti, la gente mica ci crede che noi stiamo bene così.

La gente pensa che se noi abbiamo la casa piena di gatti o cani o pappagallini inseparabili, è perché abbiamo delle mancanze e che vogliamo sostituire un cucciolo d’uomo con un iguana. E vaglielo tu a spiegare che proprio la stessa cosa non è.

E così noi, tanto sicure di noi, sentiamo il bisogno di giustificare la nostra scelta. Non siamo geneticamente sbagliate, non siamo dei mostri. Siamo solo delle donne che hanno quasi quarant’anni e che non vogliono figli.

Semplice, no?

Ci siamo noi, che non abbiamo figli perché non sono arrivati.

Ci abbiamo provato tanto, poi ci hanno visitato e sembravamo tutti e due a posto.

E allora ci hanno detto di mantenerci in buona salute, di andare in palestra o fare yoga se siamo sovrappeso o di aumentare il nostro indice di massa corporea se siamo troppo sotto peso.

Ci hanno detto di prendere le vitamine giuste per consentire all’embrione di svilupparsi e ci hanno prescritto dosi massicce di acido folico.

Ci hanno fatto mangiare cibi pensati per incrementare la fertilità. Ci siamo affidate alle antiche credenze popolari e ci siamo ingozzate di alimenti che stimolassero fertilità e appetito sessuale.

Abbiamo mangiato per mesi solo grano, noci, frutta e verdura. Poi siamo passate al tofu, al pollo, alle uova e al pesce, ma solo quello contenente acidi grassi omega-3, amici della fertilità.

Abbiamo mangiato bene, eliminato i pesticidi, speso migliaia di euro in cibi organici per non danneggiare un feto fantasma.

Abbiamo smesso di fumare, di bere alcool e caffè, figuriamoci la cannetta di marijuana mensile.

Abbiamo estenuato i nostri compagni affinché alimentassero in modo corretto per migliorare la vitalità e la felicità del loro sperma. E li abbiamo imbottiti di selenio.

Abbiamo fatto i test ormonali, l’isterosalpingografia, la laparoscopia e gli ultrasuoni pelvici ci hanno scandagliato l’utero, l’endometrio e le tube di Falloppio. Abbiamo anche superato l’esame della riserva ovarica.

I nostri uomini hanno visto soppesare la quantità e la qualità del loro seme.

Abbiamo preso ormoni, tanti, ci è cambiata la pelle e ci siamo gonfiate, sembravamo palloncini bianchi con dei pois rossi. Delle Pimpe giganti.

Ci hanno inseminate artificialmente, come si fa con i bulldog francesi.

Non ha funzionato.

Hanno tolto dal nostro corpo gli ovuli maturi e li hanno fertilizzati in un laboratorio freddo che odorava di disinfettante. Li hanno impiantati nel nostro utero.

Non ha funzionato.

Abbiamo pianto e abbiamo pregato, anche se non credevamo più in niente.

E poi loro hanno smesso di chiederci Allora? Questo bambino?

Ci siamo noi, che un figlio lo vogliamo e non sappiamo ancora se riusciremo a farlo o no perché non abbiamo potuto provarci.

Perché non abbiamo trovato la persona giusta o perché la persona giusta c’è, ma in due che siamo abbiamo tre lavori a testa e un solo stipendio intero.

Ci siamo noi con il nostro uomo ancora insicuro e precario che non se la sente proprio. Anche se ora il nostro peso è diventato anche il loro e non facciamo più l’amore e ci abbracciamo tristi e soli così come siamo.

E noi ci sentiamo sbagliate davanti alle amiche di sempre che di figli ne hanno due a testa e quelle poche volte che riusciamo a vederci non fanno che parlare dei loro bambini e noi vorremmo scappare via, magari su quel molo, dove da ragazze stavamo ore stese al sole, e zittire tutto e tutti, tranne il mare, che picchia forte, ti spruzza l’acqua fredda e salata in faccia e ti fa bruciare gli occhi.

Così possiamo piangere, finalmente, senza che ci chiedano il perché.

Risultati immagini per maps to the stars
Urlare, molto forte, a volte non può che fare bene.
Julianne Moore in “maps to the stars”, David Cronenberg, 2015.

Donne tra le donne.

Io non lo sapevo ma il giorno in cui ho premuto il tasto dell’ascensore dell’Ospedale, per salire fino reparto di medicina della riproduzione, ho iniziato la mia trasformazione.

Dopo un po’ di tempo ho capito che non stava capitando solo a me ma che tutte le donne che posano le suole nei reparti PMA (procreazione medicalmente assistita) non sono più semplici donne ma, a poco a poco, si trasformano in “donne PMA”.

La donna PMA è differente.

La donna PMA, anzitutto, sviluppa un sesto senso che le consente di riconoscere un’altra donna PMA con un solo, fugace, sguardo.

E da lì le due donne PMA si attraggono come calamite e iniziano a parlare, e le loro parole diventano un mondo intero. Insomma, in un attimo, ti ritrovi a raccontare a una perfetta sconosciuta cose che hai taciuto perfino a tua madre.

Lo sguardo della donna PMA è inconfondibile. È uno sguardo indagatore e curiosissimo. Tipo quello di un felino a caccia.

Sì, perché la donna PMA studia continuamente, studia tutto. Potrebbe prendere una laurea in ostetricia e ginecologia, una in psicologia, una in dietologia e nutrizione e, di nascosto, una in medicina alternativa.

Al primo tentativo di fecondazione assistita siamo tutte delle bimbe sperdute, con gli occhi sgranati che si guardano attorno cercando di memorizzare il maggior numero di dati possibile (piano del reparto, centro prelievi, lettere e numeri delle stanze dei dottori, il ticket? Quando lo pago il ticket? Il prelievo quando lo faccio? Lo faccio prima o dopo l’ecografia?).

Per quanto i medici si sforzino di usare parole semplici per parlarci di cose che di semplice non hanno proprio nulla, capiamo poco, anzi pochissimo, li ascoltiamo, mute, perché la sola cosa che vogliamo sentirci dire, alla prima visita, è che funzionerà, che tutto andrà bene e che le percentuali di successo saranno altissime.

Alla seconda visita, però, arriviamo già dal dottore con una lista di domande precisissime, frutto di nottate insonni passate a scorrere tutto lo scibile presente sul web sull’argomento, e tutti i forum di altre donne PMA, e tutti i libri che esistono in commercio, e tutti i gruppi facebook e whatsapp in cui ci siamo infilate.

Insomma, cari dottori, non scherzate con una donna PMA perché vi saprà tenere testa e saprà porre obiezioni a ogni vostra singola affermazione, rischiando ma infischiandosene, che la facciate accompagnare fuori dall’edificio dalla sicurezza.

Agli incontri informativi voi ci ammonite “non confrontate i vostri piani terapeutici, saranno differenti, fareste solo confusione” Ah Ah Ah! Ma secondo voi? Noi dobbiamo sapere tutto, TUTTO, e perché a lei avete dato quello e a me quell’altro? Non è che mi farebbe meglio questo? Ah no, no, no, ora gli scrivo una mail e chiedo spiegazioni subito!

Una donna PMA conosce perfettamente i cibi che deve mangiare per aumentare capacità e qualità ovocitaria, Uova! Più uova! bio, ovviamente.

Una donna PMA conosce a menadito tutti gli antiossidanti e gli integratori da assumere, tutti carissimi e introvabilissimi, ma la donna PMA non si arrende e scandaglia tutto il globo terracqueo e il corriere Amazon diventa il suo spacciatore di fiducia.

Una donna PMA, conosce perfino i punti dell’agopuntura e della riflessologia plantare da andare a tucchignare per potenziare le percentuali di successo.

La donna PMA ha la tenacia di Gargamella e niente la potrà distogliere dal suo proposito di ricerca. Riuscirà a farsi scrivere ricette e a prenotare esami vincendo contro perfide segretarie e contro i CUP di tutta Italia, e anche d’oltralpe, se necessario.

La donna PMA si sottopone scientemente a indagini di ogni tipo e se sarà doloroso o meno ci penserà solo sul momento, che vuoi che sia, intanto poi passa.

Se la donna PMA prima della trasformazione aveva paura degli aghi, dopo la trasformazione, ha sempre paura degli aghi, fa semplicemente finta di essersene scordata. Si tappa occhi e naso e via di punture nella pancia, nel sedere, via libera ai prelievi e a tutto quello che deve essere.

E se la donna PMA prima della trasformazione era timida e preferiva farsi visitare solo da dottoresse, dopo la trasformazione perde ogni inibizione che le sue parti intime ormai hanno più spettatori giornalieri dei cinepanettoni sotto le feste di Natale.

La donna PMA sviluppa un senso di protezione del proprio compagno che, a confronto, la lupa grigia è una principiante. Piuttosto che farlo preoccupare sopporta qualsiasi cosa, arrivando a farsi qua e là le punture canticchiando e sorridendo amabilmente. Ciò facendo, la donna PMA, riesce, subdola, a persuadere il compagno a seguirla in qualsiasi visita e a fare qualsiasi trattamento, perfino le piroette dal santone darviscio.

La donna PMA, quando inizia a piangere, presa dalla stanchezza, mica piange normalmente. La donna PMA riesce a riempire sui dieci, ma anche quindici, catini di lacrime perché la sua stanchezza è così profonda che a tirarla fuori tutta non basta un piantino passeggero.

La donna PMA, dopo che si è pianta pure le lacrime della sua trisnonna, si lava la faccia si rifà il make up e via, si prenota un bel tampone, così, per ritrovare la serenità per un attimo perduta.

La donna PMA non ha tempo, deve correre. Sempre. E se l’obiettivo si sposta, lei aumenta la falcata.

La donna PMA è semplicemente una donna. Una donna come tutte le altre.

Solo che sta camminando su un selciato di sampietrini, con il tacco 12.

A spillo.

Lupa grigia che fa le moine al lupo grigio per trascinarlo a fare l’ennesimo spermiogramma ❤

I am Mother.

Quando il Vecchio Signore con la barba bianca, no non Gandalf il Bianco, nemmeno Saruman, ma no non Albus Silente, dico quello col triangolo, ci ha fatto uscire dall’eden e ci ha condannate a partorire con dolore, di certo aveva ancora una visione molto miope delle cose.

Il fatto che colui che dovrebbe vedere ogni cosa sia in realtà miope non suona proprio benissimo ma facciamocene una ragione e cerchiamo di andare avanti.

La vera tragedia per una donna che desidera avere una progenie non è partorire con dolore, chi se ne frega del dolore, ma secondo te, dopo nove mesi in cui il tuo corpo è sottoposto a qualsiasi tipo di cambiamento e qualsiasi tipo di sintomo, una donna si fa intimidire dai dolori del parto? Ma va là. Che poi caro Signore miope col triangolo ti abbiamo pure fregato ben bene con l’epidurale, quindi zitto e mosca.

La vera condanna è non poterli partorire questi figli, è non riuscire a concepirli.

L’anatema, per essere efficace, avrebbe dovuto recitare: donna tu non sarai fertile e per cercare di partorire (con dolore) dovrai sottoporti a plurime inseminazioni e fecondazioni assistite.

Si perché quando a te non riesce quello che dovrebbe essere naturale, per le ragioni più assurde che la vita ti può presentare, prima di darti per vinta le provi tutte, ma proprio tutte. Quando ti arriva il desiderio di maternità non lo riesci mica a scacciare via e basta, no. Quello ti fa la posta peggio dei testimoni di Geova, aspetta tutte le sere che tu rientri a casa, ti ci si infila proprio in casa e non ti lascia dormire, mai, finché, esausta, non gli dai ascolto.

E allora se questo benedetto figlio non arriva, prima o poi, dopo esserti sottoposta a decine e decine di esami, non ti resta che approdare alle tecniche di fecondazione di primo (inseminazione) o di secondo livello (PMA, ICSI, ecc.) presso i centri specializzati, che ormai trovi ovunque (è proprio di questi giorni l’allarmante articolo sulla decrescita demografica italiana… che scoperta, dico io, bastava farsi un giro in questi centri e rendersi conto di quante centinaia di migliaia di donne che vorrebbero tanto riuscirci ad averlo un figlio e a risistemare le statistiche).

Quando si arriva alla fecondazione in vitro si pensa che con quella finalmente sì, funzionerà! e che ne uscirai con il tuo bel bimbo in carrozzina. Invece no. Scopri che non è proprio così. Che le percentuali di riuscita delle fecondazioni omologhe (con i propri gameti) sono davvero bassine, e che per riuscita si intende “bimbo in braccio”, si dice così, scoprirai anche questo, insieme a tanti altri termini di cui le madri naturali non conoscono minimamente il significato.

Impari a farti punture nella pancia e nel sedere, metti insieme polverine e sieri, se avevi paura degli aghi te ne sei dimenticata perché ogni giorno è scandito da iniezioni, prelievi del sangue, nonché simpatiche ecografie transvaginali.

Per farla in stile bignami, la tua patata non sa più cosa sia la privacy, il ti vedo non ti vedo lascia il posto al che vedano tutti! porti il tuo fisico a limiti che non pensavi potesse sopportare, le tue ovaie sotto l’effetto degli ormoni si ingrossano e producono tanti e tanti follicoli, se sei fortunata, e altrettanti ovociti, nel frattempo inibisci, sempre con punture di ormoni, la tua ovulazione naturale e poi magicamente, 36 ore dopo la puntura fondamentale, queste uova maturano tutte insieme e te le prelevano (pick up). E poi, se hanno raccolto uova buone le fecondano con il seme del tuo partner e se diventano embrioni te li trasferiscono (transfer) e se ne avanzano li congelano….

Ogni passaggio porta con sé un se. Tutti questi se fanno sì che tu viva tutto questo con ansia e paura e apprensione. Niente dipende da te, è tutto meccanico e se la tua riserva ovarica è scarsa, anche se hai 25 anni, non c’è niente da fare, devi provare e riprovare finché non arriva la stimolazione che ti fa produrre l’embrione eletto.

Il problema è che l’eletto non hai idea di quando e se arriverà mai.

Nelle sale d’attesa ho incontrato tante donne, alcune, spaventate, alla prima esperienza, altre alla sesta o settima. Ci sono quelle silenziose e riservate, e altre, logorroiche e bisognose di raccontarsi, poi le espertissime e dispensatrici di consigli.

Tutte continuano a crederci, finché ne hanno la possibilità, fisica o economica. Tutte hanno pianto, riso, gioito per un attimo durato troppo poco, si sono abbracciate, sostenute dopo essersi conosciute appena due minuti prima.

Siamo tutte uguali, lì con gli occhi grandi di speranza, che non possiamo fare altro che affidarci ai medici e pregare, chi il Signore col triangolo, chi il proprio personalissimo Dio, perché niente come in questo campo è più aleatorio.

Io ho imparato ad affidarmi e a credere nel mio corpo, a curarmi e volermi bene, a prepararmi, come si prepara un tempio prima di una cerimonia sacra.

Ho imparato la pazienza e l’attesa.

Ho imparato che questa è una cosa che non posso decidere io. Io posso solo decidere fino a quando avrò la forza di continuare a cercare prima di abbracciare una diversa concezione di maternità. Ma sono tutti passi che arriveranno, quelli sì, spero in modo naturale.

Quello che non riesco a fare è non pensare ai miei ovociti in laboratorio come ai bacelloni di Alien, la grande madre, che poi anche il computer dell’astronave Nostromo si chiamava Mother, tutto torna. Tenente, gattara, Ripley, ti prego, aiutami tu!

Rapporto finale del veicolo spaziale Nostromo, da parte del terzo ufficiale. Gli altri componenti dell’equipaggio Kane, Lambert, Parker, Brett, Ash e il comandante Dallas sono morti. Carico e nave sono distrutti. Dovrei giungere alla frontiera tra sei settimane. Se sono fortunata la sorveglianza mi porterà in salvo. Parla Ripley, unica superstite del Nostromo. Passo e chiudo.
A dormire, gatto…

Stranger, things molto stranger.

Mi sento tutta sottosopra.

E non solo perché questo è il giorno gioiglorioso in cui il Demogorgone verrà nuovamente mazzuolato da Eleven nella terza attesissima stagione di Stranger Things.

È che ho fatto l’errore di andare alla ricerca di notizie frivole per distrarmi almeno cinque minuti da questo brutto mondo fatto di odio e insulti e cattiverie che così cattive non si erano mai sentite rivolte a donne che hanno la sola colpa di essere istruite, intelligenti e coraggiose, e anche benestanti, perché ora essere benestanti è diventata un’onta che il peccato originale è stato declassato a una cosuccia da niente.

E insomma, trovo un articolo sui concerti estivi. Si preannunciano grandi concerti nella mia regione, che concerti così e per giunta gratuiti non si erano mai visti! Dove? Ma all’outlet di Brugnato 5 Terre Village!

Ebbene sì, vista autostrada tra la casetta della Lindt e quella della No Stress Pompea potrai gustarti Gigi D’Alessio, Al Bano, Jerry Calà con l’imperdibile one man show “una vita da libidine” e Tony Hadley.

Proprio così, Tony Hadley, il cantantone degli Spandau Ballet, quelli di Nau ai nou uot dei seing… ma sì, dai, i Duran Duran un po’ più bruttini,insomma, quelli lì, ci siamo capiti.

Lui che era appeso sulla parete del mio letto a ponte tra i Police e il poster centrale di Max con Christophe Lambert seminudo. Sì, avevo pochi anni e dieci anni sembran pochi… poi ti volti a guardarli e non solo non li trovi più ma scopri che il bel McCloud e scimmione senza peli di Gretstoke ha avuto plurime liasons con la Parietti e che si scambiavano le siringhette di botulino, che Sting sfrutta i turisti per farsi raccogliere uva e olive e che Tony Hadley suona aggratis alle summer nights di Brugnato.

Insomma una tristezza così mi aveva preso solo quando ho visto una foto di come sono oggi Harry e Sally, certa che con tutti quei tiranti Meg Ryan non avrebbe mai più potuto fare tutte quelle smorfiette che me la avevano fatta adorare in insonnia d’amore.

E poi ho realizzato che ultimamente io e il mio fidato товарищ stiamo vedendo solo concerti di gente anzianissima. Sì, sono dei mostri sacri, Waters, Gilmour, i Cure… ma sono tutti così anzianotti. Che poi se si invecchia insieme a loro, metti i Subsonica per esempio, i loro concerti piano piano si conformano perfettamente alla nostra comune età, così ci si stanca allo stesso momento, i bis si dimezzano, e si va tutti a casa appagati senza aver sudato troppo che poi con l’arietta ti viene il colpo della strega. Ma quanto erano bellissimi i salti di Samuel?

E intanto io rifletto, chi lo sa, forse la vita è tutta qua, continuare a vedere e ad ascoltare le cose che ci piacciono non facendo caso a rughe o botulini o dentiere e capelli che non ci sono più o, se ci sono ancora, che non sono più proprio gli stessi, ricordando il bel tempo che fu. Perché finché c’è vita c’è speranza. Ma all’outlet di Brugnato no, non c’è nessuna speranza. Tony, si che hai già tinto tutta la pettina ma non farlo, non farlo, per carità!

Sono stata brava.
La foto che vi intristirà la giornata è minuscola. Questo Samuel saltante e con ancora qualche capello, invece, è una gioia bella.

Mens sana in frigo sano.

Ciao, sono Scunchiuduta. Sono sedici giorni che non ordino la cena su Just Eat.

Ciao Scunchiuduta.

Ebbene sì, la prima cosa che salta quando non hai figli che reclamano cibo a un’ora precisa e sei senza orari al lavoro, nel senso che inizi a lavorare duro quando gli altri finiscono e chissà quando arrivi a casa, è la cenetta cucinata con amore e passione e ingredienti a centimetro zero, salutare ma sostanziosa, leggera ma nutriente. Da brava donna che lavora ma che non trascura la salute.

In tutto questo, preciso che i gatti hanno a disposizione all day long ciotole con croccantini da autodosarsi di primissima e naturalissima scelta, ultimamente quelle olistiche. Con carne o pesce della filiera umana, ca va sans dire.

Le conseguenze sono apocalittiche. L’orrore.

La settimana si alterna tra hamburger, sushi, pinse, focacce al formaggio, e via così, in un ciclo infinito che si ripete sempre uguale, proprio come i cicli trentatrennali di Winden.

Sperimenti tutte le app di consegne e tu, si proprio tu che sei sempre stato in prima linea nelle lotte per il lavoro sicuro, equamente retribuito, con orari e condizioni come la Costituzione comanda, chiami i rider a tutte le ore con tutte le temperature e condizioni atmosferiche, senza pietà. E gli fai pure le pulci se ti consegnano la roba tiepida dieci secondi in ritardo.

Just Eat è diventato come la casa della nonna.

Un approdo caldo e accogliente, che ti dice Oh! come sei magretto, dai mangia! mangia! e su, dai: MANGIA!

E così, un anno via l’altro, mentre ti domandi come tu sia riuscito a non morire di inedia prima di questa rivoluzione cultural culinaria, ci si inciccia che è un piacere.

Un piacere soprattutto per la nazi-nutrizionista dalla quale sei costretto andare, perchè l’alternativa sarebbe rifarti tutto il guardaroba, che ti impone di cucinare ricettine ine ine sane sane con millecinquecentocinquantadue ingredientini introvabilissimi.

E si sfrega le mani la “SS del solo un quartino di avocado mi raccomando” e le pupille le fanno il simbolino dei dollari, perchè già lo sa che non ci riuscirai, che fallirai dopo incalcolabili visite e pesate.

E invece no.

Lo spirito della tua bisnonna che impastava tutto l’impastabile meglio di un Bimby si impossessa di te, ti possiede e inizi a scoprirti cuoca. Ah-ha!

Ci prendi gusto e ora rispetti pure gli orari, la fame caina te li impone. Precisissimi. Scopri che si può andare a dormire avendo digerito tutto e perfino a un’ora socialmente accettabile e risvegliarsi senza alien nello stomaco.

Il tuo frigo non è più la residenza di Zuul ma un fresco rifugio per tante verdure e frutti colorati.

Si può fare.

Il colesterolo buono ti abbraccia forte forte, e tu perseveri felice e serena di sentirti giusta una volta tanto.

Il mio товарищ dimagrisce e ringiovanisce visibilmente e, ovviamente, mi incolpa per averlo fatto vivere nel disordine alimentare più selvaggio.

Io sgranocchio carotine e gambi di sedano con lo charme di Audrey Hepburn in Colazione da Tiffany e faccio finta di non vedere e di non sentire i messaggini che arrivano, inopportuni come quelli di un amante che insiste, subdolo, a tentarti quando sei a casa, i messaggetti che ti dicono È da un po’ che non ti fai vedere, Just Eat è qui che ti aspetta con tante deliziose novità.

Che poi io lo vorrei proprio Zuul nel frigo.
Almeno avrei una scusa per chiamare quel rubacuori di Venkman.

Amico Fragile.

Alla fine della primavera ho perso il mio bambino.

Signora, lei è una donna piuttosto distratta, direbbe il cantautore.

È successo così, un attimo prima era lì con me e quello dopo non c’era più, così in fretta che nessuno ha fatto in tempo ad accorgersene, non che sarebbe andata diversamente, ma almeno il tempo di stendere le braccia in avanti per ripararsi dalla caduta, ecco, quello magari sì.

Sono rimasta lì, con la pancia cresciuta troppo in fretta e tutte le forme ammorbidite, sì perché il corpo è una macchina fantastica e sa farsi accogliente in un tempo talmente breve che gli allestimenti Ikea si dovrebbero vergognare di brutto.

E in piedi davanti all’armadio cerco dei vestiti che le nascondano per bene tutte quelle forme che solo fino a ieri non facevo che ammirare super compiaciuta in qualsiasi superficie riflettente. Cazzo una seconda piena io non l’avevo mica mai considerata… e sognavo già un’estate spudoratissima, in topless everywhere.

È così. La prima cosa brutta da affrontare è proprio il nostro stesso corpo, è il vedere che si ostina a voler proteggere e nutrire un qualcosa che si è spento, è il sottoporsi a terapie o interventi che ti puliscano da un qualcosa che mai mai mai vorresti lavare vai. È quel gesto che torna, automatico, quel gesto che avevi iniziato a fare da subito, per pudore quasi di nascosto, di portare la mano sulla panzetta come per creare un legame, per proteggere, per comunicare con lui che ancora non era, ma che era lì, al sicuro.

Poi, come se non bastasse, devi affrontare gli entusiasmi di chi ti guarda e con il sorriso di Bruto, lo squalo della Ricerca di Nemo, urla, in modo che sentano tutti per bene, Ma qui ci sono novità! Eh no, non ci sono. Punto. E via libera ai silenzi silenziosissimi.

È un fatto assolutamente normale nel primo trimestre, te lo ripetono tutti e tu lo sai benissimo, quello che non sapevi è il buco nello stomaco che ti si piazza lì e che a seconda di come gli gira ti toglie il fiato o ti fa arrivare eserciti di lacrime agli occhi nei momenti meno opportuni, tanto che impari a fregartene e a lasciarle andare. Impari a parlare di quello che stai vivendo, è normale, no? Assolutamente normale.

E allora parliamone, parliamone con chi sentiamo ci faccia bene farlo, e se è un estraneo cosa importa. Mi sono trovata a piangere e sorridere mani nelle mani con una farmacista mai vista prima e dopo mi sono sentita un pochino meno sperduta.

Non è una cosa di cui vergognarsi, non siamo sbagliate, non funzioniamo male. Ci sono consultori o centri per la fertilità che mettono a disposizione un supporto psicologico. Perché è assolutamente normale sentirsi male, sentirsi malissimo.

Accogliamo gli abbracci che arrivano, cerchiamo la solitudine se sentiamo che è quello che in quel momento ci serve, dichiariamo di stare male e non facciamo i supereroi, perché alle volte si è tanto più forti quanto più si è liberi di essere fragili.

Io, che sono una quarantina scunchiuduta, nella mia sconclusionatezza sono riuscita comunque a trovare il mio modo di continuare a camminare, ho imbracciato un kalaschnikov contro i radicali liberi e contro chi mi dice che sono una primipara attempata.

A proposito, io sono felice davvero che alla duchessa del Sussex sia andato tutto per il meglio e che il Royal Baby non abbia avuto problemi, la fichissima Megan non è più nemmeno lei di primo pelo, ma che è una primipara attempata, nel suo caso, lo hanno pure scritto in grassetto Times New Roman dimensione 96 su tutti i giornali del globo terracqueo. Sai porella che batosta sarebbe stata?

A me, grazie al buon Gesù, mi ha salvato l’anonimato.

Il sorriso Brut(t)o