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Il giorno della marmotta.

Sono giorni di incertezza profonda per tutti, finirà mai? quando ne usciremo? ritorneremo alla normalità? e la normalità normale era normale o vivevamo male e nemmeno ce ne rendevamo conto? Estetisti e parucchieri a ‘sto giro li lasciate stare, vero?

Per una donna che sta cercando di avere un figlio tutti questi interrogativi diventano incubi. Incubi veri, di quelli che fanno paura da tapparsi gli occhi, sono tanti Freddy Krueger che ti rubano i sonni tranquilli.

Quando hai una diagnosi di infertilità o ne stai cercando i motivi o sei già entrata nel vorticoso mondo della PMA, la tua mente inizia a fissarsi delle mete, incessantemente. L’obiettivo da raggiungere è laggiù e noi dobbiamo fare tutto nel minor tempo possibile. Dobbiamo fare le visite con in medici giusti, i migliori in materia, e non è detto che siano nella nostra regione, dobbiamo fare esami, tanti esami, tantissimi esami. Dobbiamo organizzare le stimolazioni o i criotransfer. Dobbiamo fare.

Credo che questa corsa incessante che vista da fuori può sembrare frenesia, sia necessaria per compensare la situazione di staticità in cui pensiamo di trovarci.

Quando non riesci ad avere un figlio ti sembra di essere bloccata in un loop temporale. Tipo il giorno della marmotta, avete presente quel delizioso film con Bill Murray e Andy Mac Dowell (impropriamente tradotto “Ricomincio da capo”) in cui il protagonista continua a rivivere la stessa giornata? Ecco, ci sembra di vivere un eterno 2 febbraio, sempre uguale, stessa colonna sonora, stessi dialoghi, stesso clima, stesso tutto.

Ti guardi intorno e mentre tu sei lì che ti sottoponi alla quarta isteroscopia, le tue amiche e le tue colleghe e tutte le tue parenti fino al decimo grado sono già al secondo o terzo figlio. La loro vita cambia, si plasma continuamente. La tua no. È sempre il 2 febbraio. Ti mandano i messaggetti con le foto della loro progenie e tu sfogli la collezione delle fotografie della tua cavità uterina, (Ah! L’endometrite è sparita, guarda che bellezza, tutto rosa, niente puntini rossi! Bassado santo subito!) e ti senti così fuori dalla vita normale, così aliena. Così sola.

Tra di noi, nei gruppi social sull’infertilità, ci raccomandiamo sempre di coltivare interessi, di dedicarci al lavoro e di custodire la nostra vita di coppia e di nutrirla di cose belle, perchè senza basi solide questa ricerca ti può spezzare gambe e fiato. Sappiamo benissimo quello che dobbiamo fare e come farlo. Ma la sensazione di vivere in sospensione non ti abbandona mai.

Se gli ospedali non faranno di nuovo esami, se i centri PMA dovranno destinare i posti letto ai malati di Covid-19, tutto si bloccherà di nuovo, come è stato da marzo a maggio e passeranno altri mesi in cui le nostre speranze e aspettative verranno messe a tacere.

E anche confessare di essere in ansia per questa incertezza ci fa stare male ci fa sentire egoiste e sciocche, ci sembra inadeguata questa nostra paura rispetto a chi rischia di perdere la propria attività, o, peggio, rispetto a chi a perso i propri cari. Abbiamo sempre il dubbio che la nostra determinazione venga scambiata per un capriccio, un’ossessione, una fissa un po’ da matte.

Eppure è giusto parlare anche di questo, le paure, se non confessate, diventano fantasmi dei quali liberarsi è via via più difficile. Parliamone tra di noi, confidiamoci, e ridimensioniamoci quando vediamo che stiamo sbroccando. Tra di noi possiamo farlo, possiamo parlarci occhi negli occhi perchè noi lo sappiamo che non siamo delle isteriche insoddisfatte.

Siamo solo delle mamme che vogliono raggiungere i loro bambini.

E non vogliamo perdere tempo.

E' il 2 febbraio: ricordiamo il Giorno della Marmotta nel cult Ricomincio  da capo- Film.it
Groundhog Day, Harold Ramis, 1993.

15 ottobre.

Questa mattina al supermercato tutto l’odore dei polli arrosto mi si è infilato nella mascherina ffp2, quella bianca che ti fa sembrare paperina ma meno civettuola e senza fioccone in testa, insomma, una paperina sobria, in tono con questi tempi tristi.

Le mie mani con i guanti palmati litigano con i sacchettini per la frutta e la verdura, per poi scoprire con super gioia che basta tirare i manici e si aprono che è un piacere anche con le mani da palmipede, in linea con il becco ffp2, e l’odore dei polletti arrosto non se ne va.

Salgo in vespa e anche con l’aria fredda che c’è quell’odore resta lì, è più leggero e rarefatto ma io continuo a sentirlo, mi è rimasto nel naso. Scosto la mascherina, soffio dalle narici, incamero aria nuova, il pollo vola via ma non del tutto, la memoria del suo odore persiste, non c’è più, ma lo posso sentire.

È l’eco dell’odore che ti rimanda ai ricordi legati a lui, è per quello che quando lo incontri persiste, è la mente che torna nei posti dove lo avevi già annusato e alle persone che avevi accanto. Tutta colpa di Proust e della sua madeleine inzuppata nel tè o nell’infuso di tiglio, lui ci si faceva dei viaggi niente male, anche se, in quel caso, credo fosse più per l’effetto stupefacente della quantità smodata di burro che i francesi stipano nei dolci, che non per il sapore del tempo perduto.

Quando ho saputo che la mia prima gravidanza si era interrotta c’era l’odore dell’aria di inizio estate, e, la seconda volta, quello di primavera. Odori di vita che sboccia che da ora in poi saranno malinconie, ombre, sfarfallii leggeri sotto al petto.

Una perdita minuscola che si porta via giganteschi sogni bellissimi, progetti felici e l’idea di un volto che non vedrai mai come ti sorride, di mani che non stringerai e di piedi a cui non insegnerai mai a camminare.
È un dolore sottile e persistente.

È l’odore di una estate e di una primavera che si sono interrotte quando i fiori bianchi iniziavano a cadere e i frutti erano arancioni e succosi al punto giusto.

È il sapore dolciastro di un’albicocca matura.

Oggi, 15 ottobre, è la giornata mondiale della consapevolezza della perdita in gravidanza e dopo la nascita.

Oggi penso a tutte le donne che convivono con questo dolore.

40+ Best Marcel Proust images | marcel proust, marcel, lost time
And suddenly the memory revealed itself
credits Mrs Peggoty Arts

Io e te. E i koala.

Mi fa male vedere una donna con il pancione.

Mi fa male vederla camminare per strada, vederla seduta al tavolino di uno dei centocinquantamila dehors spuntati come funghi dall’asfalto delle città.

Mi fa male vedere le fotografie delle donne con il pancione.

È un dolore fisico che parte dal diaframma e ti toglie il respiro per una minuscola frazione di secondo.

È una fitta, è qualcosa che ti morsica da dentro, è una scossa.

La psicologa ci aveva rassicurato. All’incontro con tutte le coppie che con me avrebbero affrontato la pma quel mese lì, ci aveva rassicurato.

Se quando vedete un pancione che cammina sentite immediato e forte il desiderio di correre a testa bassa, tipo tori che sbuffano dalle narici, e incornarlo, beh, siete perfettamente sane di mente. Ovviamente, se doveste passare all’azione, allora il problema sarebbe un pelino più serio.

E io le ho guardate negli occhi le altre candidate alla pma, tutte in cura con la stessa pillola anticoncezionale per sincronizzare il ciclo e facilitare il lavoro al Centro di Fertilità, tutte con la stessa battaglia interiore, e non mi riferisco solo a quella ormonale. Io l’ho sentito il respiro di sollievo che tutte abbiamo fatto, all’unisono, felici di sapere di non essere delle pazze potenziali assassine, delle mine vaganti, delle cecchine di pancioni.

Il momento furia cieca poi, così veloce come arriva, se ne va via, e tu resti lì a pensare che sei una persona orrenda, che anche se la psicologa ve lo ha detto e ridetto che È perfettamente normale avere sentimenti di rabbia e risentimento verso le donne incinta, tu non ti consoli, e quel senso di inadeguatezza che provi per il misto di rabbia-invidia-tristezza-vergogna che ti assale davanti a un pancione, ti si avvinghia tipo koalone di mille chili e non si stacca mai più.

Ti senti più o meno sempre come in quei sogni in cui sei in strada tutta nuda o in pigiamino, o dici cose molto sconvenienti, cerchi di urlare ma non ci riesci, provi a muoverti ma è impossibile o non risci ad aprire gli occhi. Il senso di inadeguatezza, di sbagliatezza (lo so che non si dice ma rende l’idea) di chi cerca un figlio ma fallisce, è, grossomodo sempre, questo qui.

Me ne sto lì con il mio koala, su un regionale veloce senza aria condizionata. Torno a casa dopo l’ennesima visita dall’ennesimo specialista e l’ennesima diagnosi inaspettata che ti fa vedere la tua blastocisti che esce dal freezer, sbatte la porta e se ne va con la sua minuscola valigetta e si allontana, si allontana sempre di più da te, in un unico, lunghissimo piano sequenza, fino a scomparire, laggiù, in dissolvenza.

Ho preso il posto vicino al finestrino, il sole è forte, tiro un po’ giù la mascherina, il koala non mi fa respirare, fortuna che la portatrice sana di pancia ha attraversato il vagone ed è andata oltre.

– Scusa, mi aiuti a mettere su la borsa?

Occhi azzurrissimi e accento tedesco misto a francese.

– Certo.

Mi alzo, liberandomi del koala scomodo.

– Grazie, davvero, grazie. I tuoi anelli sono bellissimi.

È una donna bella, più grande di me, di almeno cinque anni? È semplice e bella, struccata, bionda bionda, jeans chiari, maglietta grigia e Stan Smith.

Mi travolge di parole e di racconti di viaggi, di arte, quadri e chiese, piazze, cibo, colore del mare, musica, uomini, navi e avventure di una estate.

– Sì, ci sono stata anche io lì, c’è questa piazza meravigliosa, tutta bianca, e la granita al caffè più buona del mondo.

Mi risveglia tutti i sensi, mi dimentico della me su quel treno, mi dimentico di dover pensare a curare sempre qualcosa, mi dimentico degli esami, dei valori troppo alti o troppo bassi, mi dimentico che ero triste e arrabbiata e che non c’era abbastanza aria.

Sento gli odori, i sapori, i colori. Mi ricordo, parlando con lei, di tante cose vissute e mangiate con le mani impiastricciandomi tutta la faccia senza essere mai sazia. Cose a cui non pensavo da tanto. Mi ricordo di averle vissute, me lo ricorda il mio corpo che è vivo. È vivo dalla punta dei piedi a questa testa che si è rimessa a pensare alle cose belle.

Mi chiede se ho figli.

– No.

– Neanche io.

Ci sorridiamo con gli occhi all’ingiù che spuntano dalla mascherina e, per un istante piccolissimo, tutto rimane sospeso, niente più rotaie rumorose, vento che picchia sul finestrino, niente più chiacchiere.

Scendiamo insieme, lei deve raggiungere la nave che la porterà in Sardegna. Io devo sperare che il px si accenda e ritornare a casa.

Lo zainetto con dentro il faldone che contiene tutti i referti dei miei ultimi quattro anni di vita è un poco più leggero. Il koala si è fatto piccino piccino, mi solletica la nuca, e mentre, allontanandomi, mi volto per dirle ancora un Buon Viaggio! Lacio Drom! Lo vedo che con la sua zampina ungulata saluta quello di lei, che, piccino piccino, si tiene forte alle sue spalle e le intreccia i capelli biondi bondi.

Koala: caratteristiche, habitat e curiosità - I miei animali

I cicli della vita

Alle elementari e alle medie facevo ginnastica artistica.

Le istruttrici avevano un’unica missione. Farci snodare. Avete presente le gambe delle Barbie? Ecco. Il loro modello era più o meno quello.

Per portare noi bimbette a fare spaccate perfette, ci mettevano con la schiena contro una colonna, ci facevano divaricare le gambe e, puntati i loro piedi sulle nostre caviglie, spingevano un po’ alla volta le nostre gambette tutte tremanti oltre la colonna.

Se chiudo gli occhi posso ancora sentire gli inguini che tirano e tirano e tirano e, istintivamente, mi morsico il labbro, per distribuire quel dolore lontano.

Poi, da più grandicella guardando Addio mia Concubina, ho provato un’empatia spropositata per quei bimbi che subivano assurdi allenamenti torturanti per riuscire a entrare all’opera di Pechino, e mi sono detta che portare il mio corpo oltre i limiti che la natura mi ha dato non faceva proprio per me.

E, invece, eccomi qui. A lottare giornalmente contro il mio stesso corpo.

Si, perchè affrontare la PMA significa affrontare costantemente i propri limiti.

Significa arrivare a sentirsi intrappolate in un corpo che non risponde come dovrebbe.

Se, da un lato, una diagnosi di infertilità, o se una diagnosi non c’è perchè siete sine causa (cioè se vi sentite ripetere che non c’è un motivo preciso per cui non riuscite a riprodurvi e, sostanzialmente, ve ne tornate a casa con un E mò sono tutti cazzacci vostri), vi mette di fronte a un muro che ti catapulta in una manciata di secondi nella DDR a Berlino Est. Dall’altro vi convincete che, proprio come il Muro di Berlino, quello prima o poi crollerà e, comunque, i modi per oltrepassarlo, per quanto pericolosi e audaci, si riuscivano a trovare, e vi immaginate già svolazzanti lassù nel cielo sopra Berlino, su di una coloratissima mongolfiera, e siete pervase da un desiderio insopprimibile di chiamare il vostro primogenito Helmut.

Quando, poi, vi rendete conto che quel muro non è proprio così facile da oltrepassare, allora iniziate a fare sul serio.

Con la PMA.

Per affrontarla dovrai combattere contro te stessa e amare il tuo corpo allo stesso tempo. Dovrai maltrattarti con medicine che ti inietterai, che ingerirai, che infilerai dove non avresti mai pensato si potesse infilare una pastiglia e, allo stesso tempo, ti dovrai preservare con integratori antiossidanti.
Antiossidare e scasinare tutti i livelli ormonali. Questo diventerà il tuo mantra.

Se da un lato non bevi alcolici, aumentando di non poco il tuo disagio interiore, e non mangi più una schifezza che sia una, ti voti all’integrale, costi quel che costi, e quello bio vi assicuro che costa parecchio, dall’altro ti avveleni con ormoni umani o di sintesi, ed è meglio se nel farlo non ti soffermi a leggere i bugiardini perchè, altrimenti, non buttare giù uno shottino di vodka diventerà parecchio complicato e vanificherai mesi e mesi di ferreo regime analcolico.

Se ogni mese noi donne produciamo un singolo follicolo dominante, sotto stimolazione ormonale arriviamo a fare proliferare insieme tutti i follicoli che il buon Gesù o, meglio, i gameti di mamma e papà, ci hanno dato in dotazione. Le nostre ovaie tirano e pungono. Siamo gallinelle dopate che covano le loro uova.

Il fatto è che i nostri follicoli potrebbero non farsi vivi, che so io, una botta di timidezza? oppure queste uova potremmo scoprire che non ci sono affatto. Arrivate al prelievo ovocitario, al risveglio dall’anestesia totale, potrebbe succedere che il dottore di turno ci raggiunga in camera per comunicarci che tutti quei follicoli in realtà erano vuoti o che le nostre uova non erano idonee ad essere fecondate.

Il nostro corpo non c’è riuscito. Ci ha piantate lì, senza possibilità di replica, come quando vieni mollata per messaggino. Il vuoto e lo smarrimento sono più o meno gli stessi. Nessuna spiegazione.

Oppure può succedere che il tuo embrione o la tua preziosa blastocisti tu l’abbia già messa al sicuro e che ti stia aspettando in freezer insieme a tutti gli altri “pinguini” come li chiamano nei forum sulla PMA. Io me li immagino più come l’insopportabile particella dell’acqua Lete e tutta la poesia si suicida immediatamente.

Per poterti riprendere il tuo pacchettino di cellule il più delle volte dovrai ingollare estrogeni, far crescere il tuo endometrio quel tanto che basta (dai 7 mm in su), sperare di non ovulare, aggiungere un po’ di progesterone, se occorre anche un soppressore per far zittire le ovaie. Insomma, devi shakerare i tuoi livelli ormonali, dire al tuo corpo fai questo ma assolutamente non fare quello, e sperare che funzioni.

Può non funzionare. Questo lo sai bene, ma, quando ti succede, non è facile accettarlo. Insomma, hai fatto tutto per bene ma il tuo endometrio, che prima avevi solo vagamente sentito nominare e pensavi fosse una qualche figura geometrica e che ora conosci perfettamente in tutte le sue fasi e consistenze, quella manciata di millimetri non te li vuole proprio regalare. E tu hai preso pastiglie, attaccato cerotti, uno, due, tre, quattro, ma niente.

Il nostro corpo non c’è riuscito. E per quanto tu ti possa arrabbiare, piangere, urlare, non cambia nulla. Se lui non risponde non puoi farci nulla. Il tuo corpo è questo e non puoi chiedergli altro, non ti ascolterebbe, si tapperebbe le orecchie e ti farebbe gnegnegne.

Puoi solo respirare, espirare, stapparti una bottiglia di bianco fresco, che intanto per questo mese non metterai di nuovo al mondo nessuno, e brindare alla tua vita che, per quanto difficile e, a volte, proprio impossibile, è questa e va vissuta.

E con il prossimo ciclo si riprogramma.

Siamo così noi donne della PMA, ciclicamente tristi, felici, speranzose, fiduciose, curiose, deluse, arrabbiate, stanche, convinte, demoralizzate, nervose, serene, stufe.

Ma, alla fine, quale donna non lo è?

Quando il bambino era bambino, | se ne andava a braccia appese, | voleva che il ruscello fosse un fiume, | il fiume un torrente, | e questa pozza, il mare. || Quando il bambino era bambino, | non sapeva d’essere un bambino, | per lui tutto aveva un’anima | e tutte le anime eran tutt’uno. || Quando il bambino era bambino, | su niente aveva un’opinione, | non aveva abitudini, | sedeva spesso a gambe incrociate, | e di colpo sgusciava via, | aveva un vortice tra i capelli | e non faceva facce da fotografo.
Il cielo sopra Berlino, Wim Wenders, 1987

Misirizzi

Il misirizzi è un giocattolo di forma ovoidale che, se sbilanciato, tende a ritornare in posizione eretta. La base del giocattolo ha forma rotondeggiante, simile ad una semisfera, all’interno della quale è alloggiato un peso che tende, dopo aver fatto oscillare il giocattolo per alcuni istanti, a far ritornare nella posizione eretta il giocattolo ogni volta che viene sbilanciato.

“Come si fa a rialzarsi dopo una cosa del genere? Come si fa ad affrontare di nuovo tutto quanto senza impazzire?”.

Il vocale di Maria mi arriva dritto in faccia, come una bella gomitata sul naso.

Una ragazza che ha conosciuto durante il percorso di pma era finalmente riuscita a rimanere incinta ma a gravidanza inoltrata si è fermato tutto. Per la terza volta.

Non lo so. Io non lo so come si fa a rimettersi ogni volta dritte in piedi.

In questi anni ho parlato con tante donne, ho letto le loro storie nei gruppi social sui problemi di fertilità. Un tema del genere trattato sui social, penserete scuotendo la testa.

Sì. Poter condividere le proprie esperienze con altre donne che stanno vivendo lo stesso cammino è molto importante. Come in tutti i fatti della vita la condivisione e, perché no, la socialità, è realmente tanto preziosa.

Tante di noi hanno avuto percorsi così faticosi e spaventosi che avrebbero messo in seria difficoltà pure Iron Man e tutti gli amichetti suoi.

Ho letto del dolore di chi ha patologie subdole e dolorosissime, come l’endometriosi, di operazioni subite a ripetizione senza riuscire mai a uscirne. Ho parlato con donne che hanno rischiato la vita per una sovrastimolazione durante una procedura di fecondazione. Ho ascoltato i racconti di chi era così felice di essere incinta, dell’attesa piena di aspettative di una ecografia che ha poi mostrato solo un uovo cieco o un gamberetto millimetrico che non pulsava più. Ho guardato gli occhi che si inumidivano sempre più di chi mi raccontava il suo aborto terapeutico e il desiderio di stringere fra le braccia un bambino che non riesce più ad arrivare.

Anna, Chiara, Barbara, Aida, Lucia, Lidia, Maria, Emilia, Laura, Caterina, Daniela, Giorgia, Alice, Marta, Michela, Nicoletta, Paola, Cinzia, Valeria, Sabrina, e altre e altre ancora.

Siamo così tante. E siamo tutte, nonostante tutto, ancora qui.

Siamo delle Ercoline sempre in piedi.

Come delle bellissime misirizzi noi prendiamo calci un po’ di qua e un po’ di là, ci afflosciamo un pochetto, ma poi ci ritroviamo belle dritte, pronte ad andare avanti.

C’è chi pone un limite di tempo alla ricerca. C’è chi sa già che la sua strada sarà un’altra, che la sua sarà una maternità donata a chi ne ha tanto bisogno. C’è chi dice ci voglio provare ancora una volta, una sola. C’è chi le prova davvero tutte, per non avere più niente da rimproverarsi.

Un modo si trova. In questo nostro continuo oscillare, questo è sicuro, alla fine, il modo di superare le nostre voragini lo riusciamo sempre a scovare.

Sappiamo consigliarci dottori e specialisti, non solo per il corpo, ma anche per la nostra testa, perchè è fondamentale parlare con chi ci può aiutare a non perderci mai di vista. Certe volte, invece, basta una parola di un’altra donna incontrata per caso in una sala d’attesa a farci capire cosa davvero vogliamo per noi.

Vogliamo cercarlo ancora un po’ questo bambino dispettoso che non vuole farsi acchiappare, oppure abbiamo dato abbastanza ed è il momento di fermarci, magari solo per un po’?

Noi misirizzi lo sappiamo bene che il tempo per dedicarci a questa ricerca è un tempo a scadenza ed è per questo che agli occhi di qualcuno sembriamo esagerate, troppo accanite, troppo ossessive, troppo concentrate, semplicemente troppo tutto. Non abbiamo tanto tempo, abbiamo un cazzo di bianconiglio isterico che ci tiene davanti agli occhi il suo orologio da taschino e non fa che ripetere “Uh, poffare poffarissimo! È tardi! È tardi! È tardi!” e i casi sono due, o lo mettiamo a bollire sfoderando l’occhio vitreo alla Glenn Close in attrazione fatale, o lo seguiamo, curiose come tante Alice nel meraviglioso paese della pma e oltre.

Madri che vi preoccupate per noi, figlie affannate, lasciateci oscillare su e giù. Non sapete quasi mai come starci accanto, passate dall’amorevole mamma di Piccole Donne a quella di Carrie lo sguardo di satana. Ci dite di pensare alla nostra salute, oppure ci dite di pregare e non pensarci, che alla fine è una cosa naturale e va a posto da sola. Ci volete accompagnare alle visite ma poi ci guardate con uno sguardo che è un misto di compassione e disapprovazione. Ci parlate continuamente dei nipotini delle vostre amiche, con tanto di documentazioni fotografiche e video, per gradire.

Lasciateci oscillare. Dobbiamo fare il nostro percorso e solo noi lo sappiamo davvero quando o come dovrà terminare. Ascoltateci e abbracciateci, basta questo. Davvero.

Fateci oscillare, di qua e di là, perché, noi siamo delle super misirizzi e cadiamo sempre in piedi.

“Quando la figura è spinta, il peso collocato nel misirizzi sposta il centro di massa dalla linea verde a quella arancione, causando l’oscillazione della figura che poi ritornerà nella forma di equilibrio iniziale, cioè quella eretta”

Acrobati

Ultimamente vanno per la maggiore articoli, monologhi, e pure film tratti dai monologhi, su quanto l’arrivo di un figlio ti rivoluzioni l’esistenza. Sia come persona singola, sia come coppia.

Io, invece, voglio parlare di quanto ti riesca a sconvolgere la vita un figlio che non arriva.

Nella maggioranza dei casi funziona così: decidi di fare un figlio, ci provi uno, due, tre mesi, a volte anche per sei mesi, se ti dice male, e poi quello arriva a cambiarti la routine, a non farti dormire, a farti preoccupare di tutto, a metterti in discussione a farti venire la paura di non essere in grado di farcela economicamente a garantirgli tutto il meglio possibile o anche solo l’essenziale.

A una minoranza, comunque piuttosto nutrita, di coppie, questo non succede e i mesi di tentativi si trasformano presto in anni di tentativi.

Ed ecco che il figlio che non arriva inizia a prendere spazio nella coppia.

Ogni mese, la mamma del figlio invisibile, vive l’arrivo del ciclo non solo come una delusione, ma come il fallimento gigante di tante aspettative e, ogni mese, il papà del bambino invisibile deve essere presente e attutire pianti, silenzi o grida, incazzature e sragionamenti, della mamma invisibile.

Ogni mese, i genitori del figlio che non c’è, devono affrontare insieme l’arrivo dell’ovulazione. C’è chi si arma di stick di ogni tipo, ci sono quelli digitali, per i più tecnologici, oppure quelli canadesi, per i più vintage. C’è chi si misura la temperatura basale e fa grafici giornalieri che farebbero sbiancare un analista di Wall Street. C’è chi non fa niente e dal decimo giorno post ciclo inizia a darci dentro a più non posso. C’è chi si ispeziona la consistenza dei liquidi corporei e, impugnato il calendario con i santi e le fasi lunari, un po’ si appella alla corte del buon Gesù e un po’ a Paolo Fox.

Nei giorni dell’ovulazione il figlio invisibile diventa pestifero come non mai e la coppia viene travolta da una tensione palpabile. Se i primi mesi di ricerca del figlio erano romantici incontri e bottiglie di vino, erano baci e passione, e amplessi selvaggi, adesso, dopo anni, i rapporti tendono a concentrarsi solo ed esclusivamente nei giorni della discesa della cellula uovo lungo le tube di Falloppio. E capite bene che solo che a pronunciare Tube di Falloppio tutto il sentimento se ne scappa via. L’ansia da prestazione dell’uomo unito all’ansia ansiosa della donna generano un corto circuito capace di far saltare ogni equilibrio faticosamente ristabilito nei quattordici giorni precedenti (dalla fine del ciclo, per dirla chiara chiara). Il sesso diventa, per lo più, un dovere rigido e nervoso, roba che il cannibalismo post-nuziale della mantide religiosa a confronto è una allegra festicciola.

La vita della coppia che non riesce ad avere figli è la vita di due funamboli, e il figlio invisibile è lì che li spinge continuamente giù da quel filo sottilissimo su cui cercano di andare avanti, a cui si aggrappano, quando inciampano e cadono.

Anche le coppie che non riescono ad avere figli dormono poco. Parlano tanto di notte, oppure non parlano affatto perché non c’è più niente da dirsi e, girati schiena a schiena, fissano il muro con gli occhi sbarrati come quelli di Alex durante la cura Ludovico. Anche loro la mattina hanno le occhiaie dei panda giganti e al lavoro sorridono, però, con gli occhi tristi.

Cambiano anche le abitudini. I loro amici hanno tutti dei figli o stanno per averne, e così si esce di meno, ci si vede di meno, e quando ti invitano a casa loro c’è sempre un esercito di figli di altrettante coppie che si lamentano di quanto sia stressante districarsi tra scuola, asilo, lavoro. Ti parlano di tate e di nonni, e tu smetti di frequentarli perché vorresti solo piangere o soffocarle con i cuscini del sofà e ti scambi gli sguardi più tristi del mondo con il tuo compagno che ha lo stomaco annodato a vederti così e ve ne tornate a casa vostra, dove c’è silenzio. E accendete la musica alta, che, fanculo, il figlio invisibile questa sera non lo voglio sentire mentre mi chiama e mi chiama e mi chiama.

La coppia che non riesce ad avere figli deve prendere decisioni grandi. Perché, se il figlio non arriva da solo, beh, bisogna cercare di semplificargli la strada. E allora si decide di affrontare esami, visite, interventi, fecondazioni in vitro. Si decide di affrontare percorsi lunghi, costosi e dolorosi che potranno comportare ulteriori delusioni e sofferenze e la vita della coppia ora è scandita da orari per assumere le terapie, da date improrogabili per monitoraggi, punture ed ecografie, per le indagini genetiche.

Ogni impegno della coppia deve incastrarsi con le date delle tecniche di fecondazione cui si sottopone e così organizzare i week end fuori porta e le vacanze (guai ai paesi a rischio zika o salta tutto!) diventa una partita a risiko.

La coppia che non riesce ad avere figli si rivolta come un calzino, dentro e fuori. Si mette continuamente in discussione. Riusciremo ad affrontare anche questo? Si parla di fecondazione eterologa e anche di ovodonazione. Sono cose impegnative e non solo economicamente. E così la coppia inizia a fare viaggi in Spagna, in Svizzera, in Austria, e ovunque ci siano cliniche rinomate capaci, forse, di dare carne e vita a quel figlio invisibile che in Italia c’è ancora tanta strada da fare.

Il figlio invisibile si piazza tra la coppia, è così ingombrante, non dorme mai, si mette in mezzo quando siete a tavola, quando siete sul divano, quando andate a dormire e sgomita e scalcia tutta la notte e la mattina, a colazione, vi si mette sulle spalle, con tutto il suo peso, che è pari a quello di un sacco di pietre, e respirare, anno dopo anno, diventa tanto faticoso.

La coppia che non riesce ad avere figli parla di adozione, fa i conti e li rifà, perché le spese saranno tantissime e il tempo che ci vorrà, quello poi sarà lunghissimo e le indagini, le domande, l’analisi della coppia sarà invadente e sarà l’ennesima prova da superare.

Lo stravolgimento della vita di chi non riesce a procreare, a dirla tutta, non è quantificabile.

Ma c’è un però.

Se la funambolica coppia che non riesce ad avere figli si prende forte per mano e riesce ad arrivare all’altro capo del filo, ne sono sicura, quella mano se la terrà stretta stretta per sempre.

A Praga la performance dei funamboli sospesi tra i palazzi storici ...
“E noi che siamo in mezzo a queste ali impavide
Non siamo niente o siamo tutto
Lasciarci trasportare è stato facile
Ma adesso ritornare giù non sembrerebbe giusto
Dovremmo resistere
Dovremmo insistere
E starcene ancora su
Se fosse possibile
Toccando le nuvole
O vivere altissimi
Come due acrobati
Sospesi”

La misura del dolore.

Qual è la misura del dolore?

È una colonna di camion dell’esercito che attraversa una città nella notte, e porta via chi se n’è andato in una apnea senza possibilità di risalita.

Sono i giorni che impiega a morire chi si è ammalato ed è rimasto a casa sua, aspettando di essere salvato da quella fame d’aria che prima a poco a poco e poi velocissimo ti porta via tutta una vita intera.

Sono le 5, 10, 15 ambulanze che attendono di portare i malati al pronto soccorso respiratorio, nella speranza che ci sia abbastanza aria per tutti quei polmoni stanchi.

Sono le ore di cui è fatto un turno di lavoro di ogni singolo dottore, infermiere, rianimatore, barelliere, e di ogni donna e ogni uomo che sta sudando dietro a mascherine e camici e visiere e guanti per salvarci e per trovare, in affanno, il respiro che ci manca.

Sono le ore di lavoro di chi, in affanno, ci sta aiutando a sopravvivere, vendendoci le medicine o il mangiare e lo fa senza il riparo di una mascherina adeguata o senza sapere se già si è ammalato, perché mascherine e test sono un bene riservato a pochi.

Sono i numeri che ogni sera sentiamo al telegiornale o dal bollettino della protezione civile, sono quei numeri in più rispetto al giorno prima. Sono uomini e donne che ieri erano qui e oggi sono quelli “in più rispetto a ieri”.

Sono i chilometri che dividono le famiglie, genitori e figli, nonni e nipoti, sono distanze che si dilatano nell’incertezza di un futuro abbraccio.

Sono le notti insonni di chi non ha potuto tenere la mano a chi stava morendo, di chi non ha potuto chiudere gli occhi, baciare la fronte, imprimere nella memoria un ultimo gesto, un ultimo sguardo.

È la smisurata solitudine di chi muore da solo.

Il mio dolore misura 42 millimetri.
È minuscolo rispetto a questa enormità, ma per me una voragine profonda e ora mi ritrovo di nuovo una e sola e su questo divano mi siede accanto il pudore di piangere piano questo mio piccolo gigante lutto, in silenzio, nel rispetto delle decine di migliaia di persone che soffrono camion, ambulanze, chilometri e ore, e ore, più di me.

E intanto il mondo, fino ad oggi soffocato, si riprende i suoi ritmi e ritorna a respirare.

Che tragica beffa, in tutta questa fame d’aria.

“Quante vite viviamo? Quante volte si muore? Si dice che nel preciso istante della morte tutti perdiamo ventuno grammi di peso. Nessuno escluso. Ma quanto c’è in ventuno grammi? Quanto va perduto? Quando li perdiamo quei ventuno grammi? Quanto se ne va con loro? Quanto si guadagna? Quanto… si… guadagna? Ventuno grammi, il peso di cinque nichelini uno sull’altro. Il peso di un colibrì, di una barretta di cioccolato. Quanto valgono ventuno grammi?”
21 grammi, 2003, Alejandro González Inárritu.


Ain’t no sunshine.

Semplicemente io non ci avevo pensato.

Quando io e il mio compagno abbiamo deciso di avere un figlio io non ci avevo proprio pensato che sarebbe stato così.

Per tutte le amiche che avevo intorno era stato semplice, come lo sono le cose quando sono semplici. Avevano deciso di avere un figlio, e quello era arrivato. Non subito, ca va sans dire, ma, dopo i nove mesi d’ordinanza, quello era arrivato, bello fatto e finito. E così era stato anche per i secondogeniti. Una roba tipo gli acquisti veloci veloci su Amazon Prime, un po’ più sudaticcia e divertente, senza imballaggio o possibilità di reso nel caso l’ordine non fosse stato all’altezza delle aspettative, ma, sostanzialmente, a loro era bastato un click.

Il mio pacco, invece, non arrivava, e ancora non vuole arrivare.

E dire che su Amazon riesco sempre a trovare qualsiasi cosa, perfino quello shampoo tutto vegetale al cento per cento che usavano in quel delizioso b&b in fondo alla Cornovaglia.

Il fatto è che quando scopri che per te non è poi così facile restare incinta, non realizzi subito quale sia la portata di questo intoppo.

È difficile ma, comunque, possibile? È difficile come toccarsi la punta del naso con la lingua o come dire veloce “vuoi quei kiwi?”. Se ti impegni ce la potrai fare, o è una cosa che trascende il tuo controllo?

Quanto è grande la tua personalissima difficoltà lo scopri piano, visita dopo visita, esame dopo esame, gravidanza interrotta dopo gravidanza interrotta.

E a poco a poco scopri che non sei la sola ad avere questo peso. Ci sono tante, tantissime coppie che stanno vivendo tutto questo. Ma poi scopri anche che questo è uno di quei pesi che non diventa meno greve, nemmeno se condiviso.

L’attesa, più di ogni altra cosa, è logorante. Più delle terapie ormonali, più delle punture, più delle mille visite invasive cui ti sottoponi. È l’attesa che ti rosicchia senza sosta mente e bocca dello stomaco.

L’attesa che prima o poi arriverà, l’attesa della prossima visita con quello specialista così bravo, l’attesa della prossima stimolazione, del prossimo transfer di embrioni, l’attesa che la prossima volta sarà quella giusta.

Il tempo sembra scorrere in punta di piedi, è tutto come sospeso. La vita va avanti, cambiano le stagioni e ti metti il cappotto e la sciarpa e poi sei in maglietta e bermuda, tipo in quella sequenza di Notting Hill in cui Hugh Grant cammina per il mercato e i mesi e i giorni passano e c’è quella canzone stupenda, Ain’t No Sunshine. Solo che il bel Hugh riesce ad abituarsi a vivere senza Julia Roberts, tu no, tu non ti rassegni. Mai.

Ed è così strano, se ci pensi. Come si può sentire così forte la mancanza di un qualcosa che non hai mai avuto? Eppure è così, è una mancanza che senti fin nelle viscere.

Io non credevo fosse possibile provare una sofferenza così profonda e inconsolabile. È diversa da tutti gli altri dolori. È un dolore che se non lo provi non lo puoi capire e anche descriverlo è così difficile.

Nemmeno le persone che ti vogliono più bene al mondo lo capiscono, e questo ti fa sentire terribilmente sola. Terribilmente.

Ti dicono che il tempo lenisce il dolore. E tu vuoi che il tempo della serenità arrivi ma del tempo hai bisogno, è preziosissimo, non puoi permetterti di invecchiare, non devi sprecare nemmeno un secondo, e allora ti sforzi di essere felice, ma è passato troppo poco tempo e così finisci in un loop temporale alla ritorno al futuro ma senza bisogno di procurarti una DeLorean.

Ho appena passato il Natale più brutto della mia vita. È così, non posso farci niente. Anche se cerco di mettere su un bel sorriso, anche se mi trucco e mi stiro i capelli, se vado a lavoro, se addobbo casa, se metto tante lucine, anche se compro i regali, invito gli amici, anche se metto il rametto di alloro sul pandolce, io non riesco a essere totalmente in quello che sto facendo.

Una parte di me non c’è, una parte di me si crogiola nella paura di non riuscire ad averlo il nostro bimbo e quello che più mi terrorizza è che se non arriverà mai dovrò abituarmi a convivere con questa sofferenza.

E in questo momento mi sembra una convivenza impossibile. Peggio di quella tra il dottor Cox e J.D. in Scrubs.

Poi mi dico che anche il dottor Cox ha imparato a voler bene a John Dorian e allora, forse, sarà possibile trovare un modo.

Non ora, però. Questa ricerca, per quanto esasperante, non è ancora arrivata alla fine.

E comunque io le abbraccerei una a una le donne che stanno aspettando che arrivi il loro bambino. E poi vorrei dire a tutti questi bambini, uno per uno, la smettete di giocare a nascondino? Per favore? Eccheccazzo.

Il fatto che ci sia un bel pancione non è un caso.

Point Break.

Capita che arrivi il momento in cui ti sbricioli come una crostatina del Mulino Bianco tenuta nella cartella fino all’ora della ricreazione.

Succede così, piano piano, che quasi nemmeno te ne accorgi. Oppure succede all’improvviso, sei al supermercato che cerchi la passata di pomodoro biologica e ti ritrovi la faccia bagnata da stronzissime lacrime che non ne vogliono sapere di fermarsi.

A me è successo all’improvviso, erano scatolette di sgombro, la passata ero già riuscita a metterla nel carrello. È arrivata un’onda anomala, tipo quella in cui scompare un fighissimo Patrick Swayze, non avevo con me il surf e nemmeno avevo voglia di scomparire, così mi sono lasciata inzuppare, da capo a piedi, capelli, vestiti, scarpe, ed ero così fradicia che mi si è bagnato pure il cervello, con tutti i suoi pensieri, la gola e le corde vocali, tanto che non riuscivano più a suonare, e poi giù, il petto e il cuore, con tutta quell’acqua, ha lasciato indietro qualche battito.

Già lo sai che non è mica facile dare una direzione alla tua vita, che gli intoppi sono tanti e ti aspettano come bucce di banana su scalini di marmo consumati e bagnaticci, ma quando realizzi che, per quanto impegno tu ci stia mettendo, nulla funziona come vorresti, beh lo tsunami ti sopraffà.

Quando hai una diagnosi di infertilità, o quando quella diagnosi non la hai, ma non c’è una causa precisa o sei semplicemente avanti di cottura, cerchi di affrontare le badilate di cacca che ti arrivano addosso con determinazione, cerchi tutte le protezioni più adeguate per andare avanti, controvento, in direzione ostinata e contraria a tutti quegli schizzi puzzolenti.

Passa il tempo, e per tempo qui si parla di anni, anni sani sani che scorrono in timelapse, illusioni e delusioni si alternano impazzite. E quelle difese, e quella determinazione di cui ti eri corazzata, piano piano si inziano a fallare, ti raggiungono i primi schizzi, ti fanno vacillare le ginocchia fino a che non finisci accucciato sul pavimento. I palmi delle mani premono forte sul terreno, non ti lasciano cadere del tutto, ma è sempre più faticoso cercare di rimettersi in piedi. Ti senti cadere, a testa in giù, nella toilet peggiore della Scozia, come Mark Renton in Trainspotting.

Così, quando mi sono ritrovata a pezzetti, non avevo più forze e mi sono lasciata trascinare dalla corrente, tutti i pezzettini, le scatolette di sgombro e la passata di pomodoro bio, sono riusciti a raggiungere casa, l’ingresso, la camera da letto, il materasso, i cuscini. Ho nascosto tutti i pezzetti sotto al piumone.

Ci sono rimasta due giorni, incapace di ritrovare una forma, la mia forma. Ho pianto senza sosta per il lutto del mio sogno di un figlio mio e del mio compagno. Ho pianto ancora e ancora. E ancora un po’.

Ho rimesso insieme i pezzi con un vinavil scaduto che non regge, ne perdo di continuo. Saluto qualcuno e la mano si stacca e va laggiù, ogni tanto mi scappa un piede, da solo o con tutta la tibia. Li recupero con pazienza, uno ad uno, e li riattacco.

Ho comprato la colla del bisonte, che l’attak mi ha sempre fatto paura, e da un paio di giorni cammino un pochino più dritta.

Credo che riuscirò a ritrovare un incedere meno barcollante, credo che riuscirò a trovare la strada da cui passare per oltrepassare questo momento. E so che per arrivare in fondo non esistono scorciatoie, ti devi tenere stretta e non perdere i pezzi mentre scavalchi muri con in cima i cazzo di cocci aguzzi di bottiglia.

Continuerò il mio cammino. Ho la mia borsa con me e stavolta lo so perchè pesa venti chili. È piena di barattoli di colla.

Il fatto che si riesca a uscire dalla toilet peggiore della Scozia mi da speranza per il futuro.
(e ricordiamoci che era tutto cioccolato <3)

Memorie della mia terza pma – giorno 22 – it rains.

Prima di iniziare a tenere questo diario mi sono posta molti interrogativi.

Sarà il caso di condividere un percorso così intimo? A qualcuno potrà interessare l’ennesimo resoconto di una pma? Ma soprattutto mi sono chiesta, se poi l’esito sarà negativo, come riuscirò a portarlo fino all’epilogo?

Poi mi sono detta che durante la pma si naviga a vista, ed è questa la cosa più spiazzante, non puoi sapere nulla di quello che succederà il giorno dopo, devi viverla finchè, per un motivo o per l’altro, il percorso non si arresta. Quindi anche un diario della pma sarà così, con cose allegre e cose meno allegre.

In ogni caso, come si racconta un esito negativo? Io provo a farlo così.

Ieri pioveva forte a Genova, qui l’autunno è così, macaja e allerta alluvione che si alternano a giornate di tramontana che spazza via tutto il grigio per lasciarsi dietro un cielo azzurro che più azzurro di così c’erano solo gli occhi di mio nonno Gianni. Pioveva forte e io sono uscita di casa per andare in studio. È il 10 pt, mi sono detta, ho in casa un test clearblue superdigitale che potrei azzardare a fare, ma resisto. Vado a lavorare sotto la pioggia, poi il pranzo con un’amica, i clienti da ricevere, e mi dimentico di stare aspettando di sapere la verità.

Non è vero, non me ne dimentico proprio per niente.

Scendendo dalla mattonata inerpicata dove vivo vedo qualcosa che luccica contro un muraglione, mi avvicino, è un giochino per bimbi piccini piccini, una mucca con uno specchietto finto e una nuvoletta rossa in plastica morbida da sbavusciare con le gengive sdentate. Questo è un segno bello e buono. Questo giochino lo ha lasciato cadere una mano cicciuta di qualche nanerottolo per i miei nanerottoli che arriveranno.

A pranzo poi incontro una ragazza che non vedevo da almeno sei mesi e che ha il nome che vorrei dare alla mia bambina. Questo è un segno bello e buono.

Anche se piove io ci vedo a colori e mi dico, ok, il tuo sesto senso fa schifo, non senti nulla di nulla, nemmeno una sensazione lontana, ma questi che ti si sono manifestati sono dei segni belli e buoni. Credici.

Io e il mio compagno ceniamo fuori che è venerdì sera e una settimana che finisce va sempre festeggiata. Pizza, farinata e focaccia al formaggio. La fiera del carboidrato, la gioia delle papille gustative, erano mesi che me ne ero privata in funzione della pma. E ci metto pure una birretta piccolina sperando sia l’ultima dei prossimi nove mesi.

Alle quattro del mattino occhio sbarrato sul soffitto. Il carboidrato reclama acqua e bicarbonato, dallo stomaco alla gola è uno scorrere di lava bollente. Mi sento tipo un drago sputafuoco, cerco di non aprire la bocca per non incenerire i gatti che mi stanno addosso.

Corro in cucina, e lì il lampo di genio! Faccio il test.

Mi dimentico della sete, del bruciore di stomaco, mi dimentico di essere una Donna pensante e raziocinante. Con la camminata di dead man walking mi dirigo vero il bagno. Scarto il test come contenesse esplosivo. Mi siedo sulla tazza.

Mentre la clessidra sullo schermo digitale sottolinea lo scorrere dei secondi, intorno a me è tutto un silenzio interrotto dal tum tum dei battiti del mio cuore.

Non incinta.

Richiudo test e confezione nel cassetto. Come se nulla fosse successo. Come un bimbo che nasconde qualcosa di prezioso che ha rotto. Torno a letto, faccio la cucchiaietta e mi appiccico al mio compagno e invidio il suo sonno profondo e inconsapevole.

Mi addormento, è un sonno senza sogni.

Il risveglio non è così brutto, piango, un po’, e, buffo dirlo, mi sento come se avessi posato un sacco pieno di pietre che mi portavo addosso senza nemmeno saperlo.

Anche oggi piove e, per ora, non riesco a vedere nessun segnale all’orizzonte. Tra due giorni andrò a dosare le Beta, continuerò a gonfiarmi di progesterone e poi questo ciclo finirà.

Quando sarà il momento tornerò al centro a prendere il mio tesoretto congelato.

Ma adesso bisogna riposare.

E far finire quest’anno brutto brutto.

Voglio un cazzo di capodanno col botto, sia ben chiaro.

Ecco, io, il mio negativo, ve lo racconto così.

è un mondo difficile, felicità a momenti e futuro incerto ❤