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Le aspettatrici.

Quando si aspetta un bambino, l’attesa è dolce, per definizione.

Quando inizi ad aspettare di aspettare un bambino l’attesa è tutta una curiosità.

Quando l’attesa della dolce attesa è un’attesa da PMA beh, allora è un’attesa agro-dolce-amara-amarissima-nauseante-a tratti fa proprio schifo.

Aspetti la prima visita nel centro PMA. Aspetti gli esiti degli esami che vi permetteranno di accedere al percorso. A seconda dei centri aspetti di essere messa in lista e che sia il vostro turno. Aspetti che ti diano la terapia. Aspetti che arrivino tutte le medicine. Aspetti di imparare il cinese che parlano a sud di Fujian per pregare pure in quella lingua di riuscire a farti le punture sempre allo stesso orario, nella maniera giusta, di non fare casini con le polverine e le fialette, di conservare in frigo quello che va conservato in frigo che tutte le sante volte devi chiederlo a chiunque, pure alla vicina di sotto perché proprio non ti rassegni ad averci l’ovitrelle lì, sul ripiano dei formaggi, tra la forma di grana e la mozzarellona di bufala (che poi la bufala non andrebbe conservata in frigo, come le uova, ma questa è un’altra di quelle cose che non riesci a metabolizzare).

Aspetti in fila con le altre aspiranti procreatrici di fare i dosaggi ormonali e poi il monitoraggio ecografico. Aspetti la conta dei follicoli. Mi correggo, aspetti di intuire quanti follicoli ha contato il dottore di turno dato che parla in codice con l’infermiera che scrive furtiva e tutto si svolge così velocemente che ti ritrovi in sala d’attesa (e dove, se no?) che ti stai ancora infilando uno stivaletto. Aspetti che ti diano il piano terapeutico e il nuovo appuntamento per aspettare di rifare esami del sangue e la riconta dei follicoli. Aspetti di non andare in iper stimolo. Aspetti che gli ormoni restino bassi o alti e che l’endometrio cresca il giusto. Aspetti di arrivare al pick up e che non ti sospendano come è successo a quella ragazza che non hai capito perché ma si è dovuta fermare. Aspetti che non succeda nessun imprevisto. Aspetti che le dimensioni dei follicoli crescano e che lo facciano tutti insieme, aver imparato per sicurezza anche il cinese di Fujian di sopra ti aiuta un sacco perché, a questo punto, le preghiere servono in tutti gli idiomi del globo terraqueo. Aspetti che ti dicano Ok! Ci siamo! Aspetti di farti la puntura che hai in frigo. Aspetti che si riscaldi un poco per evitare di sentire un bruciore assurdo e usare il cinese anche per dire le parolacce, quelle brutte. Aspetti trentasei ore trentasei e poi sei in ospedale con il tuo compagno, finalmente più agitato di te, che aspetta che non gli venga l’ansia da prestazione. Aspetti che il tuo compagno che non lo vedevi così agitato da quella volta che avevi preso al volo il bouquet della sposa e pensava fosse solo un gioco ma poi tu lo hai fatto essiccare, riempito di lacca, imbalsamato e messo in una teca su un monolito al centro del salotto, ritorni vincitore dalla raccolta del seme. Aspetti che ti portino in sala operatoria e te ne stai lì ad aspettare la sedazione e il primo sonno senza pensieri di attesa da quando vi siete imbarcati in questa cosa. Aspetti che il dottore che ti ha spinzettato uno a uno i follicoli che ti sono germogliati nelle ovaie arrivi in stanza e ti dica il numero del bottino. Aspetti di riprenderti dalla ubriachezza della dormia e te ne torni a casa. Aspetti la telefonata del Centro per sapere quante uova erano mature e quante se ne sono fecondate. Aspetti che ti dicano la data del transfer. Aspetti con la vescica che ti esplode di acqua Rocchetta, ma perché proprio la Rocchetta che lo sai benissimo che ti fa pisciare come il Manneken-Pis quel putto che da cinquanta metri di altezza spisciazza divertito su tutta Bruxelles. Aspetti sul lettino nella posizione della quaglia da farcire che il biologo consegni il cateterone contenente l’embrione o la morula o la blasto, non formalizziamoci, al dottore e che questo te lo inserisca nell’utero. Aspetti guardando lo schermo dell’ecografo di vedere, nel momento del lancio del vostro preziosissimo ammassino di cellule, quel famoso fascio bianco tipo stella cometa di cui tutte le veterane parlavano in sala d’attesa ma ti scappa talmente la pipì che in quello schermo tu vedi una costellazione a forma di water e aspetti che ti tolgano cateteri e speculum vari per fiondarti in bagno con buona pace della paura di vanificare tutto (alla fine che i buchi sono diversi lo sappiamo ma non si sa mai, il dubbio di pisciarsi via l’embrione lo abbiamo nel dna).

E adesso aspetti.

Aspetti circa 12 o 14 giorni per sapere se sarai in quella dolce attesa che attendi da anni. Aspetti di dosare le Beta, ma, di solito, aspetti il giusto e fai un test di gravidanza.

E, in quel preciso momento, mentre aspetti che compaiano le due fantomatiche lineette, ognuna di noi prova tante di quelle emozioni così potenti da non poter essere raccontate.

Solo noi che ci siamo passate in mezzo a tutte queste attese possiamo sapere come ci batte il cuore contro al petto, come si blocca il respiro e tutto il mondo intero. In quel preciso momento.

E se sarà dolce o se sarà agra la nuova attesa che verrà, noi sapremo comunque aspettare.

Noi aspettiamo e stiamo a guardare cosa succede. Non possiamo decidere noi come andranno le cose.

Noi possiamo solo aspettare e stare a guardare.

Noi siamo le aspettatrici e, in un modo o in un altro, noi che ti abbiamo così tanto voluto aspettare, ti raggiungeremo.

Ovunque tu ti stia nascondendo.
(peraltro mi spiegate perché abbiamo deciso di aspettare proprio un campioncino di nascondino?).

Come un bambino di 58 cm divenne il simbolo di una nazione • Pauranka
Eccolo il Manneken-Pis, simbolo del Belgio, che fa pipì con un bel sorrisetto beffardo. Praticamente quello che realmente sognamo noi aspettatrici prima durante e subito dopo il transfer ❤

Nuvole.

È una di quelle storie d’amore che iniziano troppo presto e, troppo presto, finiscono.

È un palloncino che si lascia volare via ma scoppia prima di superare la cima degli alberi.

È una lampara che appoggi sul pelo dell’acqua nelle sere di mezza estate, alla festa di paese, che si piega un po’ di lato e si spegne prima di raggiungere il largo e poterla indicare da lontano.

È una notte di San Lorenzo con il cielo oscurato dalle nuvole.

È un desiderio inespresso.

È il bracciale d’oro che hai perso, con tutti quei bei ciondoli appesi, una sveglia di smalto verde, una coccinella, il simbolo della giustizia che ti aveva regalato il tuo papà.

È un inverno senza l’odore della neve.

È l’armadio dei nonni quando lo svuoti dei loro vestiti.

È l’amica di un’estate al mare che non hai mai più ritrovato.

Una gravidanza che si interrompe è così.

È un buco che non riempi con niente, eppure si mangia tutto. È un buco che non fa male, non ti divora e, dopo un po’, non ti fa nemmeno più piangere.

Ma resterà lì per sempre.

Quando una gravidanza si interrompe ti interrompi pure tu, tutti i pensieri su quella vita, su quel cuore che solo pochi giorni prima batteva così veloce. Ti si spezza un respiro in gola e ti senti sola, incredibilmente sola.

Quando una gravidanza si interrompe nel primo trimestre ti dicono che succede molto spesso ti dicono di non preoccuparti, ti dicono di aspettare un paio di cicli e poi di riprendere la ricerca.

E tu ti senti un po’ sciocca a sentirti tanto lacerata, perché, in fondo, era solo davvero tutto all’inizio e pensi a tutte quelle donne che hanno affrontato un aborto terapeutico o un lutto perinatale e, quasi, non ti senti legittimata a provare tutto quel dolore.

E invece quel dolore lo dobbiamo tirare fuori e coccolare, lo dobbiamo raccontare, lo dobbiamo conservare. Quel dolore è quello che ci consentirà di andare avanti.

Di andare avanti e convivere con quel vuoto profondissimo, con quel mancato abbraccio, con quel mancato saluto, con quell’addio che non abbiamo avuto la possibilità di dare.

Impareremo a lasciarli andare questi bambini che non sono nati.
Impareremo a mettere una mano sul nostro ventre, accarezzare quel vuoto che ci ricorda che, per un attimo, siete stati parte di noi. Impareremo a fare un sorriso, timido e piccolo, e a pensarvi accoccolati sopra una nuvola.

Ottobre è il mese della consapevolezza delle morti in utero, aborti e morti perinatali

L’aborto ripetuto (due o più interruzioni spontanee) interessa il 3% delle coppie che cercano di avere figli, e l’1% delle coppie ha avuto almeno tre casi di aborto consecutivi.

I dati Istat indicano che l’aborto spontaneo avviene:

• Il 36.7% fino alla settimana 8 di amenorrea

• Il 32.4% tra la settimana 9 e la 10

• Il 17.2% tra la settimana 11 e la 12

• Il 5.4% tra la settimana 13 e la 15

• Il 3.9% tra la settimana 16 e la 20

• l’1.7% tra la settimana 21 e la 25

• Il restante 2.7% in un periodo non precisato

Non siamo sole, siamo in tante, dobbiamo solo guardarci negli occhi e iniziare a parlare.

mia nipote Alice i suoi cuginetti non nati li immagina così, su una morbida nuvola tra il sole e la luna.

C’è qualcosa che non va.

Mi sta capitando spesso di vedere serie tv in cui le donne che non riescono o che non sono riuscite ad avere figli vengono rappresentate come esaurite, strambe, isteriche e, addirittura, come manipolatrici e assassine.


Perfino in Sex Education, che mi è piaciuta tanto tanto, le donne che non hanno figliato sono parecchio patologiche.

È una narrazione stereotipata e pericolosa.

Le donne che non hanno potuto avere figli o che stanno percorrendo una strada tutta tempestata di merde per cercare di averne non sono matte o strane o vendicative o potenziali serial killer.

Le donne che non sono riuscite ad avere figli sono donne che convivono con un dolore, al pari di chi ha avuto un lutto o una separazione difficile. Sono donne che continuano a vivere la propria vita camminando con le tasche piene di sassi. Continuano a camminare ma fanno un po’ più fatica.

Sono donne a cui, forse, si dovrebbe chiedere un Come stai? in più. Che bisognerebbe abbracciare di più, più stretto e più a lungo.

Le donne che stanno ancora cercando di avere un figlio non sono bombe ormonali a orologeria. Non sono pazze scriteriate che se incontrano una donna incinta le si scagliano contro con uno spillone tentando di sgonfiarle il pancione.

No, decisamente non lo sono.

Sono semplicemente donne molto concentrate a far funzionare la vita di coppia, lavorativa, e sociale nonostante gli esami, le visite, i viaggi, anche all’estero per trovare le cliniche migliori, le terapie, le operazioni chirurgiche, le attese e le delusioni.

Sono donne stanche, per lo più. Stanche, ma molto determinate a non tralasciare nulla, a sfruttare al meglio tutto quello che la scienza mette loro a disposizione.
Sono donne che hanno bisogno di supporto, anche se non lo chiedono perché tante volte si sono sentite dire Ma chi te lo fa fare se devi stare così? Sono donne che cercano condivisione che vorrebbero sentirsi normali perchè credono di essere difettose o sbagliate.

Ecco, queste donne possono avere pensieri tristissimi, possono avere pensieri indicibili, possono avere un umore pessimo, a volte. Esattamente come tutte le donne dotate di prole o che hanno deciso di non avere figli, solo, forse, un cicinin più incazzate.

Queste donne non sono pazze, non sono isteriche, non sono assassine.

Noi non siamo così.

Quindi, per cortesia, non rappresentateci più così e, cari autori, spremetevi un po’ di più la testolina per creare cattivi che siano davvero tali.

Ora direte, questa è nervosetta, si vede che non riesce ad avere figli. Non è così semplice, noi donne abbiamo mille e mille motivi per essere nervose, scostanti, tristi o impaurite.

E dobbiamo starci vicine.

(donne patologiche a parte, Sex Education insegna tante cose belle e buone e sane come la solidarietà e l’ascolto)

It’s just a stupid bus.

Se non arriva.

La PMA (procreazione medicalmente assistita) può essere la soluzione dei tuoi problemi o un’illusione cui ti aggrappi talmente forte da lasciarci tutta la tua french manicure.

I tassi di successo delle procedure diminuiscono linearmente dal 23,9% per le donne con meno di 35 anni al 4,5% per quelle con più di 43 anni.

Certo, poi ci sono le miracolate, quelle che superata la soglia critica riescono comunque a scovare il super embrione che se ne impippa dell’età anagrafica dei suoi gameti e viene su sanissimo e perfetto, praticamente il cartonato del bambino del kinder cioccolato, tanto latte tanta energia.

I miracol babies sono facili da individuare, non tanto per l’orgoglio luminoso che sprizza dalle espressioni dei procreatori, quanto per i nomi, di solito Vittoria o Vittorio. E queste eccezioni alle percentuali sono il faro di tutte noi che ci approcciamo alla PMA quando iniziano a spuntarci le rughe intorno agli occhi.

Noi che cerchiamo la nostra vittoria, noi che non le combattiamo quelle rughe lì, a noi quelle rughe degli anni che passano che ci sussurrano che l’orologio biologico esiste e te lo porti addosso, ci fanno intignare tantissimo e la tigna ci spinge a fermare il processo di invecchiamento.

Quello che spendiamo in integratori antiossidanti potrebbe tranquillamente risanare il debito pubblico della Grecia. Al netto delle rughette inside siamo delle pivellette senza l’ombra di radicali liberi. E come delle ragazzine andiamo avanti nella ricerca dell’embrione giusto contro tutto e contro tutti.

Ma arriva il momento in cui bisogna fermarsi. Dopo gli aborti, i mancati impianti, i pick up (prelievi ovocitari) fallimentari, i mancati concepimenti, i mancati transfer (impianto di embrioni o morule o blastocisti) dopo tutte queste mazzate arriva, deve arrivare.

A un certo punto bisognerà prendere atto della nostra finitezza, dei limiti che, nonostante tutti i progressi in questo campo, il nostro corpo proprio non può superare.

Sarà il momento in cui dovremo parlare tanto, con noi stesse, con il nostro partner, con i medici del corpo e della psiche.

Sarà il momento di accogliere un diverso approccio alla maternità, che non è solo concepimento. O che lo è ma magari con l’aiuto di ovuli o embrioni donati da altri.

Ed è per questo che mi piacerebbe tanto che le vips âgées che restano incinte, anziché esibire quei pancioni perfettamente sostenuti su spiagge da urlo, al chiaro di luna, ci dicessero in tutta onestà delle difficoltà superate, delle strade scelte. A meno che non appartengano tutte al club delle miracolate medjugorjne.

Ci sentiremmo meno sole e in speciale compagnia.

La condivisione aiuta tanto, e, di sicuro, aiuta tanto anche il non far passare false narrazioni di incintamenti facili quando si rientra in quel cazzerola di 4,5%.

Disegno di Alice, la mia pestifera nipotastra che aspetta il suo cuginetto Godot.

Madri senza figli.

Sono qui seduta sul water, le mutande rosa scolorito di intimissimi calate sulle caviglie. Le ginocchia sono aperte. Cerco di togliere la plastica che avvolge la confezione di cartone, non è facile, bisogna trovare la linguetta sottile.

Mi metto d’impegno, concentrata come un pomodorino e la trovo, apro la scatola, dentro c’è un’altra busta di plastica spessa. Questa è più semplice da aprire, la devi impugnare ai due lati del taglietto già predisposto (probabilmente l’apertura facilitata è stata studiata per evitarci attacchi di nervi incontrollati), ora basta tirare ed eccolo. Il test di gravidanza.

Tolgo il cappuccio, lo impugno dalla parte giusta e lo infilo tra le gambe. Inizio a fare pipì e lo sposto seguendo il getto.

Uno, due, tre, quattro, facciamo anche cinque, sei, sette e otto secondi. Può bastare.

Rimetto il cappuccio e lo poso sul bordo del lavandino e resto lì a fissarmi le mutande calate. Le gambe ancora in tensione, in quella posa innaturale.

Due giorni di ritardo, non mi è mai capitato negli ultimi cinque anni. Le due volte che ho visto il test positivo non c’era stato bisogno di aspettare il ritardo. Lo sapevo che ero incinta. Questa cosa è vera, quando sei incinta lo sai, non hai bisogno di inventarti i sintomi o di andare a cercarli su internet. Lo sai e non so nemmeno spiegare il perché.

Quei due bambini, poi, non sono arrivati. Si sono fermati presto, all’undicesima settimana.

E lo so bene che può succedere, specie alla mia età. Lo so bene che è meglio prima che più avanti. So bene tutto quanto.

Chi non riesce ad avere un figlio sa tutto quanto, vive tutto quanto, supera tutto quanto.

E quel tutto quanto lo ingoia, non lo digerisce, lo vomita ma non se ne libera. Rimane lì, appena sotto lo sterno, proprio sulla bocca dello stomaco. E si impara a conviverci.

Una gravidanza che si interrompe, fa un male cane. Magari non subito. Subito reagisci, devi affrontare le visite, sempre circondata da pancioni bellissimi, devi guardare sui monitor degli ecografi immagini scure, ferme e silenziose, quelle stesse immagini che appena due settimane prima ti mostravano un cuoricino pulsante, e lo potevi pure sentire il battito di quel cuore, ed era indescrivibile quella sensazione di pace e sgomento, di gioia profonda e profondissima paura che potesse svanire tutto.

Devi affrontare un aborto terapeutico o una revisione uterina o, peggio, l’induzione di un parto.

Quello è il tempo dell’azione.

Il tempo del pianto arriva dopo, quando passano i mesi e il ciclo ti arriva sempre puntualissimo o addirittura in anticipo.

Il pianto arriva quando passano gli anni e la pma non funziona e gli integratori non funzionano e aspetti il mese prossimo e quello dopo ancora ma non cambia mai niente.

Aspetti l’estate perché in estate è più facile concepire, ci sono le vacanze e te lo dicono tutti che il mare, il sole, il riposo, che lo iodio e la vitamina D, che non ci pensi, ti rilassi e vedrai che arriva.

E tu, pensa un po’, tu ci pensi ancora di più. Ci pensi sempre. Ci pensi al mare, quando prima di tuffarti ispezioni l’acqua fino all’orizzonte e se intravedi una micro bollicina in superficie ti bagni solo fino alle ginocchia perché tutt’intorno ti senti circondata da migliaia di batteri di escherichia coli che ti fissano lascivi.

Ci pensi quando ti siedi su di uno scoglio o sul bordo di una piscina perché la candida è sempre in agguato e allora ti prepari strati di asciugamani salva patata su cui ti collochi disinvolta come una statua del madame Tussauds.

Ci pensi tanto, troppo.


Tre minuti sono passati, posso controllare quante linee ci sono.

Lo so già che sarà solo una perché lo posso sentire che nemmeno questa è la volta giusta.

E ti senti così stupida a crederci ancora ma sai anche che non è ancora il momento di arrenderti.

Le madri non si arrendono, no? Le madri lottano per i loro figli. Scavalcano muri di filo spinato, attraversano deserti e mari con fondali lastricati di tombe.

Le madri non si arrendono, sono più forti della paura e del dolore, della vita e della morte. Sono talmente forti da trasmetterla anche a noi un po’ di quella loro incredibile forza, a noi, che siamo madri senza figli.

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“Ospedale Henry Ford (il letto volante)”

“Ho provato ad affogare i miei dolori, ma hanno imparato a nuotare.”
Frida Kahlo

Ricordi di una notte di mezza estate.

Era la notte di San Lorenzo e io volevo tanto esprimere il mio desiderio.

Giuro, mi ero organizzata, avevo pensato stasera si va sui monti sopra casa, con la coperta mezza plaid e mezza telo impermeabile, quella di decathlon che per srotolarla ci metti un secondo ma a ri -arrotolarla giusta non ci riuscirai mai più.

Ero proprio decisa ad andarci, ho pensato di passare al supermercato e di prendere le cose che si mangiano sui prati, il pane, il formaggio, il prosciutto e anche qualche strisciolina un po’ spessa di lardo, che quello lo mangi solo quando fai le gite, a meno che tu non sia emiliano o romagnolo, insomma, a meno che tu non lo accompagni con il gnocco fritto.

E poi ho pensato anche prendo il vino rosso buono e porto due calici così lo esprimiamo proprio bene il nostro desiderio.

E pure al dolce avevo pensato, volevo fare una bella crostata di marmellata, quella della montagna di mirtilli rossi nel cestello bianco.

Poi, però, il burro non c’era e accendere il forno con ‘sto caldo non lo so mica se fosse il caso.

Forse meglio una macedonia, ma poi avrei dovuto tirare giù la borsa frigo del campeggio.

Chissà dove stava, che sarà da un anno che non la vedo in giro, dal campeggio al mare lo scorso anno. Che bello era stare sdraiata a penzolare sull’amaca appesa ai pini alti alti.

Che poi l’anno scorso le stelle le abbiamo viste dalla spiaggia, o era due anni fa? Eh sì, l’anno scorso eravamo la a luglio e mica si poteva stare in spiaggia fino a tardi, almeno in Francia, che c’era il coprifuoco. Dopo il tramonto, tutti al campeggio.

Però mi ricordo che era passata la cometa Halley e l’avevamo vista tra le dune dello stagno, alle spalle del mare.

E il desiderio fatto alla cometa che passava ero sicura che si sarebbe avverato, perché la cometa vale di più di una normale stella cadente, perché le comete quando passano devono sprigionare e smuovere delle energie molto, ma molto, più forti, pensavo.

Ma quel desiderio che poi era lo stesso che volevo esprimere ieri notte alle stelle mica si è poi avverato e io ho avuto una bruttissima delusione da cometa che non ti avvera i desideri e vi assicuro che la delusione da cometa è una roba seria da lasciarsi alle spalle.

E allora, poi, mi sono detta, ma se la cometa non ha funzionato con il mio desiderio, forse anche se non vado fin su i monti fa lo stesso, e poi ci saranno pure le zanzare e a rientrare al buio è pericoloso, come minimo inciampi in una famigliola di cinghiali in cerca di cibo e ti spaventi pure perché odorerai di lardo e quelli ti trotterelleranno dietro fino giù a casa.

Ho pensato che magari potevo affacciarmi dalla finestra, che magari il mio desiderio avrei potuto esprimerlo da lì, che le avrei viste lo stesso le stelle che cadono e ho ripensato a tutte le notti di San Lorenzo che ho passato a cercare stelle che cadevano per esprimere il mio desiderio, sempre quello, e in cui pensavo se ne vedo dieci si avvera, se ne vedo quindici si avvera di sicuro, se arrivo a venti è fatta.

E ci sono state volte in cui ne ho viste davvero tante ma il desiderio non si è comunque avverato.

E poi ho ripensato a quella sera in riva a una spiaggia, non credo nemmeno fosse il 10 d’agosto, era la fine delle medie e c’erano ragazzetti inglesi e francesi e un po’ di tutta Europa e c’erano così tante stelle cadenti da non poterci nemmeno provare a contarle e mi ricordo che c’era un ragazzo di Parigi tutto pieno di riccioli neri che con la erre perfettamente francese, noncurante della grammatica mi chiedeva Miky, we’ll go to swim?, e io con il naso all’insù gli dicevo di no, perché volevo guardare le stelle, e più ti abituavi al buio e più stelle uscivano fuori, e dopo un po’ mentre gli altri iniziavano a tuffarsi ho visto il pulviscolo della via lattea, e io non l’avevo mai visto e sono sicura di aver espresso un desiderio ma non ricordo quale fosse né se poi si fosse avverato. Ma quella serata e quella smisurata bellezza me li ricorderò per sempre.

L’altra notte avrei tanto voluto andare a esprimere il mio desiderio, ma poi cosa mi sarebbe rimasto?

Il desiderio che non si avvera avrebbe cancellato il ricordo di una serata diversa a mangiare pane e formaggio sui monti dietro casa al fresco ridendo e bevendo un calice di buon vino rosso?

I desideri così forti ti obbligano ad andare avanti, a non fermarti ma, a volte, chi non si ferma mai si perde un sacco di cose.

Si perde la bellezza del percorso.

E allora sai che c’è? C’è che le stelle cadono tutte le notti, mi sono detta, basta alzare la testa, non aver la cervicale infiammata e non insistere troppo con le richieste alle galassie.

Le stelle che cadono sono meteore e cosa potrebbero fare per noi, porelle, tutte impegnate come sono a sublimare e regalarci un momento di bellezza assoluta, un sospiro bellissimo?

L’unica cosa che dovremmo fare è ricordare chi era con noi quando le abbiamo viste incendiare il cielo, a chi abbiamo stretto le mani, chi abbiamo baciato, con chi abbiamo fatto l’amore, riso e parlato fino all’alba.

È questo il bello delle notti d’estate.


Facciamo così, il mio desiderio me lo conserverò nella pancia e in fondo al cuore, non lo affiderò più alle stelle o al fuoco di ogni candelina che spengo o al wishbone, l’osso della fortuna del pollo, che ti impiastricci pure tutte le mani.

Lo penserò alla notte, quando non posso dormire, e cercherò di non pensarlo di giorno, perché altrimenti poi rischierei di non accorgermi delle cose belle che ci sono tutt’intorno, quelle piccole, soprattutto, perché certe cose, per vederle davvero, devi stare un po’ più attento, devi fare attenzione.

E intorno, se cerchi bene, è pieno di cose per cui vale la pena essere felici.

E, comunque, quando quella cometa si degnerà di ripassare di qua avrei due o tre cosette da dirle. Tzè.

Giorni da ostrica.

Ci sono momenti in cui la testa si dimentica di quel pensiero e io sento una leggerezza che mi è diventata estranea.

Sono attimi perché appena mi accorgo di questa sensazione mi dico, sorpresa, “ma guarda un po’, non ci sto pensando” e, subito, il pensiero torna a invadermi con tutto il suo peso.

Procedo schiacciata e mi chiedo se sia normale o giusto e mi rispondo che no, non lo è. Non è normale vivere trascinandosi dietro un pensiero così dominante, e no, non è giusto che sia successo proprio a me.

Certi giorni mi capita di credere davvero di essere l’unica a far girare incessantemente le rotelle nel cervello, sono i giorni in cui non trovo salvezza e nemmeno la cerco, sono i giorni in cui faccio la vittima e mi piango addosso. Sono i giorni in cui non mi piaccio e mi chiudo come un’ostrica.

E come un’ostrica vorrei starmene da sola, vorrei bastare a me stessa, essere in uno femmina e maschio, e non dover più chiedere o concedere.

Arriva anche il tempo dell’accettazione, quando quel pensiero mi lascia un po’ di tregua e ne fa emergere altri, più lievi, lascia piccoli spazi alla speranza e alla voglia di rivalsa.

È il tempo dei progetti nonostante tutto, i progetti che spettano anche a me, perché la vita è qui e non puoi ignorarla, e allora ti ci devi immergere, dalla punta dei piedi fin sopra ai capelli, e devi viverla.

E poi, d’improvviso, c’è il vuoto, l’orrore del vuoto, un vuoto così scavato che mica ci riesci a riempirlo, e allora provi a infilarci la rabbia e il pianto e tutte le cose che avresti dovuto fare al momento giusto, quando sarebbe stato il tempo giusto, ma tu eri convinta che il tempo non ti avrebbe fottuto così e urli contro te stessa, hai sbagliato, sei sbagliata.

Rabbia, pianto e urla, ma il vuoto non si riempie, non si riempirà.

Ma torneranno gli attimi di dimenticanza, i giorni da ostrica, quelli della speranza e dei progetti, in un cerchio senza fine.

Ecco cosa può fare la mancanza di chi non hai mai avuto, mai annusato, mai abbracciato, mai baciato, mai sfamato, mai confortato, mai amato.

I LOVE OSTRICA : ECCO L'AMAZON DEI MOLLUSCHI
Mangiando le ostriche con quel forte sapore di mare e quel leggero sapore metallico, che il vino ghiacciato cancellava lasciando solo il sapore di mare e il tessuto succulento, e mentre bevevo da ogni valva il liquido freddo e lo innaffiavo col frizzante sapore del vino, quella sensazione di vuoto sparì e cominciai ad essere felice e fare progetti.
(Ernest Hemingway)

Pensi che sia una buona idea andare all’ikea?

Domenica.
Il tempo è grigio e l’umidità ti arriccia e increspa i capelli e anche l’umore.
La prossima settimana hai la visita per programmare il criotransfer della tua unica e sola blasto e stai aspettando l’esito della biopsia endometriale.
Che non sia la giornata giusta per andare all’Ikea dovresti sospettarlo, ma abbiamo rinviato troppo a lungo e ora ci tocca.
Lo so che mi innervosirò per tutta quella gente che si ammucchia lì giusto per comprare due candele alla vaniglia, le polpette e il salmone affumicato.
E poi c’è il percorso obbligato che, proprio prima della discesa al settore cucina/bagno/tessuti/cosette imperdibili, non ti risparmia il reparto dei piccoli.
E io, il reparto dei piccoli, ogni tanto, lo soffro.
Lo patisco come patisco le curve della Serravalle, per capirci.
Io lo attraverso veloce veloce, a testa bassa e, anche quando c’è il pienone, io mi faccio anguilla e scivolo rapida verso le scale.
Ma nella mia corsa io intravedo tutto. Intravedo le culle, i lenzuolini colorati e tutte quelle stronzatine adorabili.
Mentre scivolo via a testa bassa io, quella cameretta, io me la immagino tutta. E sarebbe così bella. Bella davvero.
Ma questa volta mi trovo davanti un brontosauro che pende dal soffitto e ha gli occhi che ridono. E io mi fermo e gli sorrido.
Fede mi dice Dai, portiamolo a casa.
E io attraverso tutta quella strada antipatica con un dinosauro felice sottobraccio.
È un tantino surreale, ho quarantaquattro anni, sogno una gravidanza e ho appena comprato un dinosauro strampalato e mi sento così leggera, nonostante… nonostante.

“Prendete la vita con leggerezza, che leggerezza non è superficialità, ma planare sulle cose dall’alto, non avere macigni sul cuore.”
Italo Calvino

Giorno dopo giorno.

Ho sentito dire da qualche parte che questa è la settimana dell’infertilità.

Una settimana per richiamare l’attenzione e far capire cosa vive il 15% delle coppie italiane giorno dopo giorno.

Per farla semplice possiamo dire che l’infertilità è la condizione di chi dopo due anni di rapporti mirati non protetti non riesce ad avere figli.

Per dirla cruda e onesta, dato che per questa settimana possiamo parlarne liberamente, l’infertilità è la sabbia nelle mutande con cui convivono più coppie di quante ve ne possiate immaginare, e quei due anni di tentativi di procreare sono 730 giorni di apocalypse now, 24 mesi di nightmare e 17.520 ore di armageddon che precedono una trafila di visite, esami, terapie più o meno dolorose fisicamente ed economicamente che, non sempre, porteranno a una diagnosi del perché quel figlio non riesce ad arrivare.

L’infertilità è quotidianità distopica, in un mondo di pance e passeggini, l’infertilità è la falla del sistema, l’infertilità è il sottofondo stonato di ogni singola giornata.

Immaginate di perdere tutti i giorni l’autobus, di chiudervi fuori casa ogni volta che uscite, di mettere sempre il sale nel caffè anziché lo zucchero, di camminare per ore con una ciocca al piede, di indossare solo maglioni a collo alto, di lana grezza, che pungono e pizzicano.

Immaginate di avere voglia di mangiarvi una bella pesca, matura e succosa. Ma di pesche non ce ne sono più. Da nessuna parte.


L’infertilità è il sasso nella scarpa, è il vestito troppo stretto, è la crepa sui tuoi muri, è il lavandino che sgocciola la notte.

È la sete quando non hai di che dissetarti, è il morso della fame che non trova mai soddisfazione.

È il tuo corpo zoppo, assetato e affamato, con cui convivi ogni istante della tua vita.

L’infertilità non è una settimana all’anno di racconti della vita delle coppie che la vivono.

L’infertilità è vivere in mezzo agli altri, che ti sembrano avere tutto, mentre a te ti hanno derubato, zitti zitti ti hanno portato via dei pezzi e non te li vogliono più restituire.

L’infertilità è la vita di tanti che cercano di sembrare interi, ma che, interi del tutto, forse, non ci si sentiranno mai.

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“Ero solita pensare di essere la persona più strana del mondo ma poi ho pensato, ci sono così tante persone nel mondo, ci dev’essere qualcuna proprio come me, che si sente bizzarra e difettosa nello stesso modo in cui mi sento io. Vorrei immaginarla, e immaginare che lei debba essere là fuori e che anche lei stia pensando a me. Beh, spero che, se tu sei lì fuori e dovessi leggere ciò, tu sappia che sì, è vero, sono qui e sono strana proprio come te.” Frida Khalo

Se ti tagliassero a pezzetti.

Le donne che non seguono la strada dritta danno noia.

Che tu decida di non avere figli, che tu decida di abortire, che tu di figli non ne riesca ad avere, che tu sia lesbica o che tu decida di restare single, beh, tu avrai dei problemi.

Ti faranno sentire incompleta, egoista, assassina, difettosa, sbagliata e brutta.

Faranno congetture e creeranno mostri dietro alle tue scelte e ti faranno domande imbarazzanti. Quello che è diverso, non conforme, fa paura e spesso è più rassicurante condannarlo che non cercare di comprenderlo.

Ogni nostra singola scelta sbavata rispetto allo schema “brava figlia, buona moglie, amorevole madre”, viene analizzata e sminuzzata e resa incredibilmente difficile.

Donne omosessuali che vengono uccise o terrorizzate, la notizia di un mese fa della morte di Maria Paola Gaglione, uccisa dal fratello a Caivano, non ha smosso proprio nessuno. Anche le forze dell’ordine non hanno imparato nulla. Una ragazza di 23 anni data la mancata risposta della polizia alle sue denunce, ieri si è trovata costretta a rivolgere ai social la sua richiesta di aiuto e protezione dai vicini di casa che, come ultimo gesto di odio nei suoi confronti, le hanno tagliato le quattro gomme dell’auto. Piangeva e aveva la voce spezzata dalla paura.

Donne che affrontano un aborto terapeutico e che nonostante avessero detto no alla sepoltura del loro bimbo, vengono a sapere che un regio decreto di 81 anni fa ha prevalso sulla loro scelta e scoprono che in un cimitero della loro città esiste il campo dei bambini non nati. È un campo di croci bianche, sotto a ogni croce è sepolto un bimbo, sopra a ogni croce c’è il nome e il cognome della madre e la data in cui è avvenuto l’aborto terapeutico. Se psicologicamente ci dobbiamo ricomporre da sole, la legge 194 dovrebbe metterci al riparo da tutto il resto. Ma non è così, non lo è mai stato.

Si sa, la legge 194 disciplina l’aborto nel nostro paese dal 1978, consente l’interruzione volontaria della gravidanza entro novanta giorni per motivazioni sia personali, sia legate alla tutela della salute della donna e dopo i primi novanta giorni di gestazione lo consente solo se sono accertate gravi condizioni mediche che possono interessare la madre o il feto.

Quello che non si comprende è perchè nonostante la presenza di questa legge chi decida di abortire, oltre a tutto quello che comporta fisicamente o psicologicamente, debba mettere in conto anche lo stigma sociale, lo scontro con strutture, medici e farmacisti obiettori di coscienza, i cartelloni giganti dei Pro Vita che ti additano come assassina e che ti mostrano quante cose sia già in grado di fare un feto di undici settimane e con le sepolture coatte.

La sfera intima, quella degli affetti, dell’amore, della maternità, quella che avrebbe necessità della massima cura e protezione è quella che più viene violata, aggredita e violentata.

Uno Stato attento dovrebbe vigilare e condannare queste ingerenze, dovrebbe accompagnare le donne, soprattutto nei momenti di maggior fragilità. Ma così non è e dopo 42 anni dalla pubblicazione della Legge 194 assistiamo costantemente a tentativi di rendere le procedure macchinose, faticose e complicate, a tentativi di dissuadere le donne che la loro decisione l’hanno già presa, ma non possono cavarsela liscia, bisogna sotterrarle con badilate di senso di colpa.

Ringrazio l’Espresso che ogni giorno pubblica le esperienze delle donne che hanno deciso di interrompere la propria gravidanza, dovrebbero leggerlo tutti, uomini e donne, per non perdere mai di vista quel che è la vita reale.

Perchè ci sono le vagine che si autocelebrano, gioiose, e se la cantano nelle pubblicità della Nuvenia, o le donne anziane e un po’ incontinenti che nonostante tutto tengono alto il pussy power (la tena lady non la facevo così spudorata), ma a che serve se poi la realtà quotidiana è ben lontana da questo trionfo di patate felici e appagate?

Personalmente non mi è andata male, ho un compagno, sono eterosessuale, ho solo dovuto subire domande indiscrete sul perchè non ho ancora figli e i miei aborti sono stati spontanei, bontà loro, e quindi a me è stato riservato un trattamento compassionevole. Ho imparato a mettere a tacere le impiccione mettendole davanti alla realtà cruda dei fatti e hanno smesso di farmi domande.

Il fatto è che le domande, quelle giuste, non bisognerebbe mai smettere di farle. Domandare come stai? hai bisogno di aiuto? cosa posso fare per farti sentire meno dolore?

Abbiamo bisogno di non dover lottare per quello che ci spetta, di vivere le nostre scelte, volontarie o obbligate, serenamente, per quanto possibile.

Grazie.

Quarant'anni di 194 | inGenere