Mi fa male vedere una donna con il pancione.
Mi fa male vederla camminare per strada, vederla seduta al tavolino di uno dei centocinquantamila dehors spuntati come funghi dall’asfalto delle città.
Mi fa male vedere le fotografie delle donne con il pancione.
È un dolore fisico che parte dal diaframma e ti toglie il respiro per una minuscola frazione di secondo.
È una fitta, è qualcosa che ti morsica da dentro, è una scossa.
La psicologa ci aveva rassicurato. All’incontro con tutte le coppie che con me avrebbero affrontato la pma quel mese lì, ci aveva rassicurato.
Se quando vedete un pancione che cammina sentite immediato e forte il desiderio di correre a testa bassa, tipo tori che sbuffano dalle narici, e incornarlo, beh, siete perfettamente sane di mente. Ovviamente, se doveste passare all’azione, allora il problema sarebbe un pelino più serio.
E io le ho guardate negli occhi le altre candidate alla pma, tutte in cura con la stessa pillola anticoncezionale per sincronizzare il ciclo e facilitare il lavoro al Centro di Fertilità, tutte con la stessa battaglia interiore, e non mi riferisco solo a quella ormonale. Io l’ho sentito il respiro di sollievo che tutte abbiamo fatto, all’unisono, felici di sapere di non essere delle pazze potenziali assassine, delle mine vaganti, delle cecchine di pancioni.
Il momento furia cieca poi, così veloce come arriva, se ne va via, e tu resti lì a pensare che sei una persona orrenda, che anche se la psicologa ve lo ha detto e ridetto che È perfettamente normale avere sentimenti di rabbia e risentimento verso le donne incinta, tu non ti consoli, e quel senso di inadeguatezza che provi per il misto di rabbia-invidia-tristezza-vergogna che ti assale davanti a un pancione, ti si avvinghia tipo koalone di mille chili e non si stacca mai più.
Ti senti più o meno sempre come in quei sogni in cui sei in strada tutta nuda o in pigiamino, o dici cose molto sconvenienti, cerchi di urlare ma non ci riesci, provi a muoverti ma è impossibile o non risci ad aprire gli occhi. Il senso di inadeguatezza, di sbagliatezza (lo so che non si dice ma rende l’idea) di chi cerca un figlio ma fallisce, è, grossomodo sempre, questo qui.
Me ne sto lì con il mio koala, su un regionale veloce senza aria condizionata. Torno a casa dopo l’ennesima visita dall’ennesimo specialista e l’ennesima diagnosi inaspettata che ti fa vedere la tua blastocisti che esce dal freezer, sbatte la porta e se ne va con la sua minuscola valigetta e si allontana, si allontana sempre di più da te, in un unico, lunghissimo piano sequenza, fino a scomparire, laggiù, in dissolvenza.
Ho preso il posto vicino al finestrino, il sole è forte, tiro un po’ giù la mascherina, il koala non mi fa respirare, fortuna che la portatrice sana di pancia ha attraversato il vagone ed è andata oltre.
– Scusa, mi aiuti a mettere su la borsa?
Occhi azzurrissimi e accento tedesco misto a francese.
– Certo.
Mi alzo, liberandomi del koala scomodo.
– Grazie, davvero, grazie. I tuoi anelli sono bellissimi.
È una donna bella, più grande di me, di almeno cinque anni? È semplice e bella, struccata, bionda bionda, jeans chiari, maglietta grigia e Stan Smith.
Mi travolge di parole e di racconti di viaggi, di arte, quadri e chiese, piazze, cibo, colore del mare, musica, uomini, navi e avventure di una estate.
– Sì, ci sono stata anche io lì, c’è questa piazza meravigliosa, tutta bianca, e la granita al caffè più buona del mondo.
Mi risveglia tutti i sensi, mi dimentico della me su quel treno, mi dimentico di dover pensare a curare sempre qualcosa, mi dimentico degli esami, dei valori troppo alti o troppo bassi, mi dimentico che ero triste e arrabbiata e che non c’era abbastanza aria.
Sento gli odori, i sapori, i colori. Mi ricordo, parlando con lei, di tante cose vissute e mangiate con le mani impiastricciandomi tutta la faccia senza essere mai sazia. Cose a cui non pensavo da tanto. Mi ricordo di averle vissute, me lo ricorda il mio corpo che è vivo. È vivo dalla punta dei piedi a questa testa che si è rimessa a pensare alle cose belle.
Mi chiede se ho figli.
– No.
– Neanche io.
Ci sorridiamo con gli occhi all’ingiù che spuntano dalla mascherina e, per un istante piccolissimo, tutto rimane sospeso, niente più rotaie rumorose, vento che picchia sul finestrino, niente più chiacchiere.
Scendiamo insieme, lei deve raggiungere la nave che la porterà in Sardegna. Io devo sperare che il px si accenda e ritornare a casa.
Lo zainetto con dentro il faldone che contiene tutti i referti dei miei ultimi quattro anni di vita è un poco più leggero. Il koala si è fatto piccino piccino, mi solletica la nuca, e mentre, allontanandomi, mi volto per dirle ancora un Buon Viaggio! Lacio Drom! Lo vedo che con la sua zampina ungulata saluta quello di lei, che, piccino piccino, si tiene forte alle sue spalle e le intreccia i capelli biondi bondi.

Mi hai fatto piangere di nuovo ❤️ Però adesso so di non essere pazza!
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❤️
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e niente, hai fatto piangere anche me ❤️ (la tua “nuova” vicina di casa)
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❤️😅 sono teribbile!
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