Capita che arrivi il momento in cui ti sbricioli come una crostatina del Mulino Bianco tenuta nella cartella fino all’ora della ricreazione.
Succede così, piano piano, che quasi nemmeno te ne accorgi. Oppure succede all’improvviso, sei al supermercato che cerchi la passata di pomodoro biologica e ti ritrovi la faccia bagnata da stronzissime lacrime che non ne vogliono sapere di fermarsi.
A me è successo all’improvviso, erano scatolette di sgombro, la passata ero già riuscita a metterla nel carrello. È arrivata un’onda anomala, tipo quella in cui scompare un fighissimo Patrick Swayze, non avevo con me il surf e nemmeno avevo voglia di scomparire, così mi sono lasciata inzuppare, da capo a piedi, capelli, vestiti, scarpe, ed ero così fradicia che mi si è bagnato pure il cervello, con tutti i suoi pensieri, la gola e le corde vocali, tanto che non riuscivano più a suonare, e poi giù, il petto e il cuore, con tutta quell’acqua, ha lasciato indietro qualche battito.
Già lo sai che non è mica facile dare una direzione alla tua vita, che gli intoppi sono tanti e ti aspettano come bucce di banana su scalini di marmo consumati e bagnaticci, ma quando realizzi che, per quanto impegno tu ci stia mettendo, nulla funziona come vorresti, beh lo tsunami ti sopraffà.
Quando hai una diagnosi di infertilità, o quando quella diagnosi non la hai, ma non c’è una causa precisa o sei semplicemente avanti di cottura, cerchi di affrontare le badilate di cacca che ti arrivano addosso con determinazione, cerchi tutte le protezioni più adeguate per andare avanti, controvento, in direzione ostinata e contraria a tutti quegli schizzi puzzolenti.
Passa il tempo, e per tempo qui si parla di anni, anni sani sani che scorrono in timelapse, illusioni e delusioni si alternano impazzite. E quelle difese, e quella determinazione di cui ti eri corazzata, piano piano si inziano a fallare, ti raggiungono i primi schizzi, ti fanno vacillare le ginocchia fino a che non finisci accucciato sul pavimento. I palmi delle mani premono forte sul terreno, non ti lasciano cadere del tutto, ma è sempre più faticoso cercare di rimettersi in piedi. Ti senti cadere, a testa in giù, nella toilet peggiore della Scozia, come Mark Renton in Trainspotting.
Così, quando mi sono ritrovata a pezzetti, non avevo più forze e mi sono lasciata trascinare dalla corrente, tutti i pezzettini, le scatolette di sgombro e la passata di pomodoro bio, sono riusciti a raggiungere casa, l’ingresso, la camera da letto, il materasso, i cuscini. Ho nascosto tutti i pezzetti sotto al piumone.
Ci sono rimasta due giorni, incapace di ritrovare una forma, la mia forma. Ho pianto senza sosta per il lutto del mio sogno di un figlio mio e del mio compagno. Ho pianto ancora e ancora. E ancora un po’.
Ho rimesso insieme i pezzi con un vinavil scaduto che non regge, ne perdo di continuo. Saluto qualcuno e la mano si stacca e va laggiù, ogni tanto mi scappa un piede, da solo o con tutta la tibia. Li recupero con pazienza, uno ad uno, e li riattacco.
Ho comprato la colla del bisonte, che l’attak mi ha sempre fatto paura, e da un paio di giorni cammino un pochino più dritta.
Credo che riuscirò a ritrovare un incedere meno barcollante, credo che riuscirò a trovare la strada da cui passare per oltrepassare questo momento. E so che per arrivare in fondo non esistono scorciatoie, ti devi tenere stretta e non perdere i pezzi mentre scavalchi muri con in cima i cazzo di cocci aguzzi di bottiglia.
Continuerò il mio cammino. Ho la mia borsa con me e stavolta lo so perchè pesa venti chili. È piena di barattoli di colla.

(e ricordiamoci che era tutto cioccolato <3)